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Garattini: “Nessuna alternativa per ora”

30/12/2013  Tecnologia cibernetica o in vitro non possono sostituire al momento la sperimentazione su cavie relativa a tossicità ed efficacia di un farmaco

«Un mio amico si è chiesto se sia aumentata la sensibilità per gli animali o se sia diminuita quella per gli uomini. Bisognerebbe chiedere a un sociologo, ma temo che il mio amico abbia qualche ragione, se è vero che quella povera ragazza che ringraziava la sperimentazione che le ha consentito di vivere fino a ora è stata coperta di insulti». Così esordisce Silvio Garattini, medico, farmacologo, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano.

Professor Garattini, quale risposta per chi sostiene, anche dall’interno della comunità scientifica,  l’esistenza di alternative alla sperimentazione animale?

«Va detto che si tratta di una percentuale minima di ricercatori, a fronte di una comunità scientifica che all 99% ritiene la sperimentazione sugli animali al momento, purtroppo, necessaria».

Ma esistono davvero tecniche alternative?

«Sono in realtà tecniche che noi adoperiamo in laboratorio ogni giorno, ma che non sono in grado di sostituire la sperimentazione animale. Si parla di tecnologia di cibernetica, ma non possiamo chiedere a un computer se ha un dolore e se il farmaco sia in grado di toglierlo. Si parla di culture in vitro, cioè cellule coltivate in recipienti di plastica o vetro, ma non sono sufficienti, perché poche cellule sono molto molto lontane dalle complessità del più semplice organismo vivente che ha una serie di funzioni collegate tra loro. Se poi le tecniche alternative sono un auspicio, lavoriamo tutti in quella direzione. Di certo non ci divertiamo a sperimentare sugli animali».

Riusciamo a spiegare perché è così importante quel passaggio sull’animale?

«Prima di tutto per essere sicuri che una sostanza che si porta nell’uomo non sia tossica, cioè pericolosa. Se vediamo che una sostanza provoca morte, tumori, deformazioni durante la riproduzione nell’animale non siamo così incoscienti da provarla sull’uomo. Il secondo aspetto serve a stabilire l’efficacia: dobbiamo avere una buona ragione per testare una sostanza per curare una malattia nell’uomo. Non possiamo provare a caso se una cosa faccia bene o meno contro una certa malattia, dobbiamo sperimentarla su qualcosa che somigli il più possibile a quella malattia dell’uomo e lo facciamo riproducendo quella malattia nell’animale da esperimento. Altrimenti faremmo esperimenti a caso sull’uomo senza basi scientifiche. Ma così correremmo rischi e creeremmo illusioni senza scrupoli».

L’evoluzione della sensibilità sui diritti degli animali ha cambiato il vostro lavoro?

«Sì e anche per questo dovremmo porre anche a chi è contrario un problema di coerenza: tutti curiamo il gatto o il cane di casa, siamo consapevoli di farlo con i farmaci creati per l’uomo e testati sugli animali. La sensibilità ha cambiato molto quello che noi facciamo in laboratorio: ci sono progressi, abbiamo molta più attenzione al benessere dell’animale, ma possiamo farlo perché le tecnologie sono migliorate. In passato quando studiavamo il progresso di una malattia cerebrale nel topo, dovevamo sacrificarne molti ogni settimana per verificare l’evoluzione della malattia, oggi usiamo la risonanza magnetica e la Tac e questo ci permette di sacrificare un numero molto minore di animali. Né ci sogniamo di sacrificarne quando abbiamo una valida alternativa: un tempo per stabilire il dosaggio di insulina  da somministrare all’uomo ci servivamo del coniglio oggi ci basta un esame chimico e nessuno più sacrificherebbe conigli per questo. Siamo i primi a farlo».

Ci sono altre cose importanti da far capire?

«Sì, sul punto di vista etico è normale che persone diverse abbiano opinioni e sensibilità diverse. Sul piano etico uno può pensare che non si debbano usare animali da esperimento, ma per coerenza dovrebbe poi rifiutare di usare farmaci quando ne ha bisogno. Io, però, penso che l’uomo sia un animale superiore rispetto agli altri, tanto è vero che si prende cura degli altri animali, mentre gli animali non si prendono cura degli altri animali o dell’uomo: si pensi alla catena alimentare che implica in sé sacrifici. Ma la discussione che si può accettare sul piano etico, non si può spostare con argomenti emotivi sul piano scientifico. Quando si dice: utilizziamo strumenti alternativi, dobbiamo chiederci: e finché non li abbiamo che facciamo? Smettiamo, nell’attesa, di cercare una cura per le persone che soffrono?» 

 
 
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