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giovedì 09 dicembre 2021
 
 

Rifiuti a Napoli, cuccagna per pochi

24/07/2011  I cumuli di immondizia, il fetore, il decoro di una città bellissima fatta a pezzi sono solo la punta dell'iceberg. Roberto Jucci racconta i retrocescena di questa storia infinita.

I rifiuti a Napoli; una storia infinita. In verità tale evenienza non costituisce certo una sorpresa per amministratori ed addetti ai lavori… i rifiuti per strada non sono “l’emergenza”, sono la punta dell’”icerberg” dell’emergenza, l’eccesso filmato e fotografato su tutti i giornali e la conseguenza più visibile di quella che è la reale e più profonda emergenza rifiuti: la carenza di impianti per gestire uno qualunque dei possibili cicli dei rifiuti mai realmente avviato in questi anni.

      Ho detto possibili, non ottimali, su questo ancora oggi, in modo alquanto anacronistico per la verità, si accende la disputa politica. Da chi propugna una raccolta differenziata al 100 per cento a chi vorrebbe incenerire tutto. Fino ad oggi tuttavia, nel discutere quale fosse la soluzione migliore, è stata di fatto perseguita  la  peggiore…in termini di costi, di efficienza, di rispetto dell’ambiente, e forse con il plauso della criminalità organizzata: portare i rifiuti fuori Regione.

Con quale “competenza” parlo di rifiuti? Circa 5 anni fa, nel giugno del 2006, mi fu affidato, dall’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi, su proposta del Ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, il compito di esaminare la situazione di tutte le Regioni per le quali al tempo era stata dichiarata l’emergenza rifiuti (Lazio, Puglia, Calabria e in particolare la Campania).

Fu istituita una Commissione che lavorò a costo zero con professionalità di livello di differente provenienza (legali, tecnici, ambientalisti). Studiammo le soluzioni adottate in Italia, nelle Regioni e nei Comuni più “virtuosi”, e nei principali Paesi scandagliando tutte le possibili (anche le più avveniristiche) tipologie di impianti e sistemi per il trattamento rifiuti. Nessuna consulenza: ci relazionammo con le nostre  ambasciate italiane all’estero ed in particolare con i consulenti scientifici delle nostre rappresentanze all'estero che ci inviarono dettagliati rapporti e relazioni di alto livello tecnico.

Ci rendemmo conto che tutte le soluzioni adottate si basavano in ogni caso su un rapporto più o meno variabile tra raccolta differenziata, termovalorizzatori e discariche. Soluzioni diverse di impianti più complessi, come gassificatori o simili, venivano utilizzate essenzialmente in Giappone e ciò non perché migliori dal punto di vista ambientale, ma per problemi legati alla morfologia di quel territorio. Il territorio appunto... Fermo restando il rispetto delle leggi e dell’ambiente il miglior ciclo dei rifiuti è quello più razionale e sostenibile in dipendenza della morfologia del territorio e degli impianti in esso già esistenti da poter utilizzare ovvero riconvertire alle nuove esigenze.


Quanti impianti c’erano 4 anni fa in Campania? Posizionammo su una carta geografica gli impianti che fino ad allora erano stati realizzati o erano in corso di realizzazione e, con sgomento, ci accorgemmo che  per Napoli  vi era un solo termovalorizzatore ancora in costruzione, Acerra, e pochissimi impianti di compostaggio peraltro di modesta capienza, così come pressoché inesistenti erano gli impianti di supporto alla raccolta differenziata, allora ferma a circa il 13 per cento. Come funzionava il “ciclo dei rifiuti”?I rifiuti indifferenziati venivano per lo più inviati ai 7 impianti di CDR, quelli che avrebbero dovuto produrre il cosiddetto combustibile da rifiuto, e venivano trasformati in “ecoballe” e “fos” (frazione organica stabilizzata); quest’ultima finiva in discarica, mentre le ecoballe venivano stoccate per essere in futuro incenerite nel termovalorizzatore di Acerra.

E così, via via “stoccando”, sono sorte le famose montagne di “ecoballe”, oltre 6.000.000 tonnellate, con ovvi problemi di spazio per il loro allocamento e di l’ambiente. Ma gli impianti di CDR erano sovrautilizzati, non c’era tempo per fare una corretta manutenzione ed ottimizzarne l’utilizzazione; erano stracolmi ed ogni tanto si bloccavano, lavoravano male e producevano FOS e CDR di cattiva qualità; e così capitava che i rifiuti indifferenziati restavano a terra per giorni fornendo le immagini che purtroppo siamo abituati a vedere.

Come liberare le strade dalla “monnezza”? Per sopperire all’emergenza acuta  i rifiuti o venivano inviati fuori regione, anche all’estero, o conferiti  in discariche campane, molte delle quali  ormai sature, oppure in nuove discariche realizzate ad hoc. Tuttavia poiché la raccolta differenziata non decollava anche queste ultime che, con fatica e sfidando il malcontento della gente, erano state realizzate venivano saturate in tempi brevi. In più, poiché mancavano adeguati impianti per il trattamento dell’umido, le discariche erano “sporche” e producevano grandi quantitativi di percolato con ulteriori problemi per il trattamento di tale liquido altamente inquinante.

Facemmo delle proposte. Identificammo il numero e la capienza degli impianti da fare immediatamente, con particolare riferimento agli impianti di compostaggio; fornimmo indicazioni per avviare al più presto la raccolta differenziata avendo coscienza che per portarla a livelli accettabili ci sarebbe voluto del tempo. Di personale disponibile ce n’era in abbondanza; erano stati assunti, infatti, dal 2000 in poi circa 2.500 lavoratori socialmente utili proprio per potenziare la raccolta differenziata nei vari comuni campani; farli lavorare però era tutt’altra faccenda…

La Commissione ambiente del Senato valutò positivamente le proposte, così pure il Governo…..Oggi scopro che nulla di quanto apprezzato è stato fatto.  La raccolta differenziata è ancora pressoché bloccata, forse al 19 per cento,  con i soliti problemi di trattamento dell’umido che  viaggia per altri lidi o, trattato in maniera inefficace, finisce in discarica con costi doppi. Dopo 14 anni siamo ancora all’anno zero.

Che fare? Prioritariamente non arroccarsi in rigidi preconcetti ed asserire che “sono problemi dei napoletani”: sono problemi di tutti gli italiani perché Napoli è Italia e a Napoli la popolazione è in gran parte vittima e non compartecipe delle inefficienze e dell’insana gestione a tutti i livelli condotta. E’ necessaria una sinergia tra Governo, Regione, Provincia e Comune ciascuno per le proprie competenze. I soldi spesi fino ad oggi sono tanti. La soluzione che propongo richiede una quantità di fondi minima ma di immediata disponibilità. Ed in tal senso è necessario in prima battuta  l’ausilio del Governo. Senza la certezza dei fondi le ditte e gli operatori del settore, specie nella odierna situazione economica,  non saranno disposti neppure a partecipare alle gare di appalto per la costruzione degli impianti in Campania. E’ necessario un piano immediato con tempi certi di realizzazione.

La produzione dei rifiuti di Napoli e paesi limitrofi ammonta a circa 1.700.000 tonnellate all'anno, come smaltirla? C'è un uirgente fabbisogno di impianti. Mi auguro che  il comune di Napoli raggiunga l’ambizioso obiettivo di una raccolta differenziata spinta fino al 50 per cento  entro la fine del 2012 (ricordo che le più grandi ed evolute città metropolitane in Italia e in Europa mediamente non superano il 40 per cento). In tal caso servono impianti di compostaggio di capienza pari a circa 250.000 tonnellate all'anno e accordi con il Conai (Consorzio nazionale imballaggi) per il conferimento delle altre frazioni differenziate (carta, plastica ecc..). Per la localizzazione degli impianti di compostaggio sembra che siano utilizzabili le aree  dove attualmente sono collocati gli impianti di tritovagliatura (gli ex CDR oggi denominati STIR); tale ubicazione è auspicabile perché si supererebbero i problemi legati all’accettazione degli impianti da parte della popolazione, e si  limiterebbero inoltre tempi e costi per espropri,  delimitazione delle aree, impianto cantiere ecc…

L’avvio dei detti impianti deve essere immediato; ritengo che l’ex Commissariato rifiuti abbia nel cassetto numerosi progetti già “pronti”,  in ogni caso tenendo conto degli eventuali tempi di progettazione, di realizzazione e di collaudo tali impianti non potranno essere disponibili prima di dicembre 2012.

Ma è necessario costruire anche una discarica
, con recupero energetico, che abbia una capienza pari ad almeno 2 milioni di tonnellate. Su tale punto certamente si incontrano le maggiori resistenze. Prioritariamente perché ai più la parola “discarica” evoca immagini da inferno dantesco, è sinonimo di inquinamento, insopportabili olezzi ed addirittura fonte di sicure malattie; queste non sono discariche, sono sversatoi  mal costruiti ed ancor più mal gestiti. Io ho visitato alcune discariche in Italia dove gli unici odori apprezzabili erano quelli provenienti dagli allevamenti vicini, garantiti da un costante e serio monitoraggio in tutta l’area limitrofa, con il controllo compartecipato delle comunità locali. Certo se a chiunque di noi chiedessero di scegliere se avere vicino casa propria un parco o una discarica nessuno opterebbe per la seconda.

Se però la discarica  fosse “pulita”, ben gestita e controllata ed in più fonte di energia da fruire gratis, se fornisse lavoro ai cittadini, e con essa si costruissero scuole, strade e biblioteche, per quel paese, come per altri dove ciò è avvenuto,  la discarica potrebbe divenire una fonte di ricchezza e risultare ben accetta.

Il territorio di Napoli non ha spazi, e tutti quelli disponibili sono già stati utilizzati. Il sito della discarica va pertanto necessariamente ubicato in Regione ma in altra provincia. Deve essere assunta una decisione forte ed inequivocabile e selezionato un progettista, di chiara fama, che rediga il miglior progetto esecutivo in funzione del sito scelto. La realizzazione della discarica dovrebbe opportunamente essere affidata ad un battaglione del genio onde evitare lungaggini per il bando di gara, conseguire risparmi e limitare i tempi di esecuzione.

Ho sperimentato l’efficacia di tale soluzione in Sicilia quando feci realizzare la condotta di adduzione della diga di Rosamarina ad un battaglione del genio portando finalmente l’acqua a Palermo. Si può ragionevolmente prevedere che così facendo la discarica possa essere disponibile a fine 2012. La discarica è comunque necessaria, quale che sia il livello di raccolta differenziata raggiunto. Durerà tanto più a lungo quanto maggiore sarà la raccolta differenzaiata e virtuoso il ciclo dei rifiuti.

E’ necessario, poi, costruire una altro termovalorizzatore di potenzialità pari a circa 400 tonnellate annue. Mi risulta che già da tempo è previsto ed è stato individuato il sito, Napoli Est. La costruzione di tale impianto richiede tempi più lunghi rispetto agli altri. La progettazione, la predisposizione del bando di gara e l’espletamento della stessa richiedono almeno tre anni. Dunque, se si procede con immediatezza, l’affidamento dei lavori non potrà avvenire prima di fine 2013. Considerando all’incirca 5 anni per il completamento , la fase di collaudo e l’avvio, l’impianto potrà ragionevolmente ritenersi fruibile non prima del 2019. Il termovalorizzatore è comunque necessario, quale che sia il livello di raccolta differenziata raggiunto. Ricordiamo che abbiamo anche milioni di “ecoballe” stoccate da incenerire!

Come soddisfare le esigenze fino al 2012? La produzione dei rifiuti per Napoli e dintorni è di 1.700.000 tonnellate annue; se la raccvolta differenzaiata raggiungesse valori prossimi al 30 per cento i rifiuti indifferenziati ammonterebbero a circa 1.200.000 tonnellate all'anno.  Il termovalorizzatore di Acerra, se utilizzato in via esclusiva per Napoli, può smaltire circa 600 tonnellate annue; le esistenti discariche limitrofe, con opportuni lavori di ampliamento, dovrebbero  ospitare ulteriori 600.000 tonnellate (mi risulta disponibile, se pur in percentuale limitata ancora una certa capienza).


Sarà necessario avere in questa fase la “solidarietà” delle altre Province e delle altre Regioni; e sono certo che, se la Regione Campania presenterà un piano affidabile  e ragionevole ed avvierà immediatamente la costruzione dei  propri impianti nelle proprie aree, la solidarietà, per tutto il 2011, non verrà a mancare;  e non posso certo immaginare che qualche esponente di  Governo cerchi di  inibire tale nobile sentimento senza il quale non avremmo mai superato le nostre peggiori calamità!

Quanto costa tutto ciò? Ho fatto due conti. Per gli impianti di compostaggio circa 40 milioni di euro. Per l’ampliamento delle discariche esistenti circa 3 milioni di euro. Per la discarica di nuova realizzazione dai 4 agli 8 milioni di euro. I costi tecnici di progettazione, direzione lavori, collaudo, predisposizione dei bandi, gare e varie possibili altre spese …altri…. 9 milioni di euro. Totale 60 milioni di euro. A questi vanno aggiunti 200 milioni di Euro per il termovalorizzatore da spendere nell’arco di 8 anni da oggi al 2019 e, dunque, in misura di 25 milioni di euro l’anno. Servirebbero pertanto oggi, disponibili ed accreditati in Banca d’Italia, 60 milioni di euro più 25 milioni per i lavori del termovalorizzatore nel primo anno, con garanzie concrete di successivi accreditamenti dei 25 milioni l’anno fino al 2019. In tutto 85 milioni di euro che, nell’odierna  situazione finanziaria, sembrano tanti.

Per rendermi conto ho fatto un paragone con i costi dell’”emergenza rifiuti” degli ultimi 14 anni. Complessivamente sembra siano stati spesi dai 2 ai 4 miliardi di euro. Possibile? Ho controllato le fonti ufficiali. I costi per il mantenimento delle sole strutture commissariali sono via via lievitati nel tempo fino a raggiungere, negli ultimi due anni di commissariamento, cifre dell’ordine di 50 milioni di euro all'anno; i costi (ufficiali) di trasporto e di conferimento necessari per smaltire fuori Regione i rifiuti trattati negli impianti di CDR ammontano a circa 48 milioni di euro all’anno; a questi vanno aggiunti   i maggiori costi di trasferenza e trasporto in discarica sostenuti nei periodi di “fermo” degli impianti di CDR (+40 per cento circa), i costi di allestimento di siti di stoccaggio provvisori e di successiva bonifica ambientale, i costi di gestione dei siti di stoccaggio delle “eco-balle” e quelli per il conferimento autonomo in impianti privati di compostaggio, per non dire dei costi igienico-sanitari, ambientali e di tutela dell’ordine pubblico in generale, gli studi, le consulenze e quant’altro ancora…

Si, è possibile. Ed allora i miei 85 milioni di euro mi sono sembrati pochi, troppo pochi se rapportati a tutti quei miliardi già spesi;  forse ero stato un po’ troppo “tirato” come dicono i miei collaboratori quando parlo di soldi pubblici. E per ciò ho chiesto il parere di una delle persone più autorevoli e di riconosciuta competenza in campo ambientale, l’ex ministro dell’ambiente Edo Ronchi, il quale ci ha pensato un pochino e poi mi ha detto” … forse possiamo farcela pure con qualche euro di meno…”. L’emergenza rifiuti fino ad oggi non ha risolto il  problema…  di certo però ha risolto i problemi di molti.

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