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Genova, la difesa del sindaco

06/11/2011  "E' caduta tanta pioggia quanta normalmente ne viene in 8 mesi", dice Marta Vincenzi. "La prevenzione prevista l'abbiamo fatte. Ma non basta più. Ci è venuta addosso una bomba d'acqua".

«Siamo in lutto, la città intera piange i suoi morti. Continuiamo a chiederci se tutto questo si poteva evitare. Purtroppo, la risposta è no». Il sindaco, Marta Vincenzi, non ci sta a finire sul banco degli accusati.

     Attaccata dall’opposizione (Pdl-Lega) per non aver chiuso le scuole ed emanato altri provvedimenti per isolare le zone più a rischio, contestata da gruppi di cittadini esasperati, il sindaco di Genova (da quattro anni al governo della città), spiega perché, nella situazione attuale, ritiene la catastrofe inevitabile.

- Lo stato d’allerta e le previsioni che indicavano l’alto rischio non sono stati sufficienti ad evitare la catastrofe e le vittime. Perché?

     «Tutte le azioni previste per lo “stato d’allerta livello 2” – che è quello che avevamo il 4 novembre – le abbiamo messe in atto. Il problema è che si è passati da un’“allerta 2” a una specie di tsunami in pochi minuti. Il 95% della città non è stata toccata. Nel rimanente 5% è caduta in poche ore tanta pioggia quanta normalmente ne viene in 8 mesi. Quando il livello di un torrente passa in un quarto d’ora da meno di un metro d’acqua a quattro, significa che siamo di fronte a un nubifragio come non ne abbiamo mai visti. Dalle 12 alle 12,17 la piena è divenuta tale da sfondare gli argini e dilagare sulle strade come una furia. Sono caduti in un’ora 100 millimetri di pioggia, 356 millimetri nell’arco di poche ore».

- Come prevenire, allora?

     «Ora siamo ancora nell’emergenza. Da lunedì dovremo decidere come mettere in sicurezza una città di questo tipo e con queste caratteristiche, con le montagne alle spalle e con porzioni di territorio fragilissimo. Dovremo prendere precauzioni per questo tipo di emergenza, specie nei periodi “a rischio”: l’autunno e i mesi di gennaio-febbraio. Bisogna dire che i due terzi delle zone alluvionate sono state costruite sotto i livelli consentiti. E consideri che non si tratta di abusivismo: là ci sono case popolari pubbliche o quartieri dell’Ottocento».

- Quindi?

     «Siamo di fronte a un mutamento del clima senza precedenti. È un fatto paragonabile a un piccolo tsunami, quello che abbiamo vissuto. Sembrano precipitazioni monsoniche. Qui non ne abbiamo mai avute. Un episodio del genere ci deve far rivedere tutto quello che riguarda la prevenzione: cosa fare in caso di allerta, come valutare le portate dei fiumi, come preparare la popolazione. Questa è stata una bomba d’acqua, esplosa senza preavviso nel giro di poche decine di minuti».

- L'opposizione contesta il fatto che non siano state chiuse le scuole.

«Le scuole che sapevamo essere in zona a rischio le abbiamo chiuse. Quella di Sestri, ad esempio, che è vicina a un punto alluvionabile. Quella dove sono avvenuti i fatti era in una zona che fino al 4 novembre era considerata sicura, a differenza di molte abitazioni che erano in punti rischiosi. Inoltre, ricordiamo che è piovuto in tarda mattinata: accompagnare i figli a scuola non era pericoloso. Invece, sono andati a prenderli durante il diluvio: perché? Chi ha autorizzato quei bambini e ragazzi ad andare a casa? In generale, penso che garantire spazi dove ci prendiamo carico dei bambini e dei ragazzi anche in momenti di allerta mi sembra una cosa positiva per tante famiglie che altrimenti non saprebbero dove portare i figli. Per il Comune sarebbe più comodo chiudere e basta. Riguardo poi alla prevenzione, da tempo avevamo notificato a tutti gli amministratori di condominio delle zone a rischio di esondazione lungo il Bisagno, il Fereggiano e altri rii minori le procedure di emergenza in caso di “allerta 2”. L’informazione è stata capillare».

- Il Rio Fereggiano, come tanti altri, è in molti tratti canalizzato e cementificato. In che misura ha contribuito alla violenza dell’alluvione?


     «Sarebbe comodo dare la colpa a qualcun altro, all’incuria dei decenni passati, alle opere non realizzate. Ma non credo sia giusto. Sul fiume Bisagno è da dieci anni che si fanno lavori. Opere di cui si è fatta carico la Protezione Civile Nazionale. È vero che quella zona è a rischio: nel 2001 l’allora ministro Nesi definì il bacino del Bisagno la terza emergenza idrogeologica del Paese. Anche sul Fereggiano si sono fatti interventi recenti. Abbiamo inaugurato a giugno la messa in sicurezza di un primo tratto del torrente. Sono stati anche abbattuti quattro palazzi lungo l’alveo per migliorare la situazione. Forse, se non l’avessimo fatto, la tragedia sarebbe stata dieci volte superiore».

- Altri interventi però attendono da molti anni…

     «È vero. Non abbiamo ancora potuto realizzare lo scolmatore del Bisagno. Costa 250 milioni di euro e non ci sono i fondi. Però di denaro ne è stato speso molto».

- Anche per la manutenzione dei corsi d’acqua?


     «Sì, è stata fatta. Qualcuno ha fatto riferimento alla presenza di vegetazione lungo le sponde: ma quella non accentua la piena, anzi, ne rallenta la corsa. Una tragedia come questa mi fa a dire che non è più sufficiente il modus operandi attuale: non bastano più le pulizie degli alvei e gli altri interventi ordinari».

- Una lezione per il futuro?

«Servono scelte politiche e interventi strutturali profondi e costosi. E non parlo solo della Liguria. E si dovrà fare prevenzione in modo diverso, anche riguardo alla consapevolezza dei cittadini: se prima l’allerta di livello 2 (quella che avevamo ieri) era un richiamo a fare attenzione, ora sappiamo che significa pericolo incombente: non ci deve più essere nessuno per la strada, il traffico va fermato, occorre liberare i piani terra. Dobbiamo operare un cambio di mentalità anche nei comportamenti individuali».

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