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domenica 27 settembre 2020
 
reportage
 

Genova l'introversa abbraccia il Papa e cerca di inventarsi il futuro

26/05/2017  Il capoluogo ligure accoglie Francesco in un momento molto difficile della sua storia, tra vecchie e nuove povertà, il declino industriale che ha provocato la perdita di migliaia di posti di lavoro e una politica guardata con disillusione

Genova deve decidersi se arrendersi o risorgere. Ha restaurato i palazzi, si è ripresa il porto, ha rilanciato il turismo. Non è mai stata così bella, non è mai stata così in crisi. Tracima di poveri invisibili, la casa è un dramma per molti nella città che conta cinquantamila alloggi vuoti e nell’ultimo bando pubblico ha assegnato solo un centinaio di case popolari a fronte di quattromila domande. Negli ultimi trent’anni ha perso quasi trecentomila abitanti e la disoccupazione giovanile è schizzata dal 20 al 40 per cento.

«È una città ferita ma decisa a rialzarsi», dice mons. Luigi Molinari (ma guai a chiamarlo monsignore), decano dei cappellani del lavoro, 87 anni e una grinta da ragazzino. «Genova non ha grandi periferie ma molte periferie. Non c’è degrado ma declino», sintetizza Andrea Chiappori, responsabile della Comunità di Sant’Egidio. «Da noi bussano soprattutto donne in età lavorativa e con figli», spiega il condirettore della Caritas diocesana Franco Catani, «i nuovi poveri sono avvocati, ingegneri, impiegati, piccoli commercianti e partite Iva».

La città introversa che non sa come prendere il futuro ora abbraccia papa Francesco che sulle orme di Giovanni Paolo II inizia la sua visita dallo stabilimento Ilva di Cornigliano, epicentro della gloria che fu e del (possibile) riscatto. Gli operai hanno fuso nell’acciaio un pastorale da donare al Pontefice. «Spero che questa visita», dice Molinari, «faccia capire che i problemi vanno affrontati insieme. Oggi la città è alla ricerca di un nuovo assetto industriale, il futuro è nell’industria manifatturiera e nel porto. Qui la Chiesa, dal Dopoguerra in poi, ha sempre difeso il tessuto produttivo della città, a cominciare dalla cantieristica navale». Gli operai più anziani ricordano bene il cardinale Giuseppe Siri che si batteva per le fabbriche e per il porto. E lo raccontano sempre al cardinale Bagnasco quando va a celebrare Messa in fabbrica.

«Genova: industria pubblica e operai scontenti», sintetizzò l’avvocato Agnelli. Ora l’industria ha chiuso o traslocato. E gli scontenti non sono solo gli operai. «Le risorse ci sono», insiste Molinari, «l’Istituto italiano di tecnologia, l’Ansaldo Energia, l’Ilva che impiega millecinquecento operai e regge ancora nonostante i problemi, il turismo, il terzo valico del porto per abbreviare il viaggio delle merci verso Nord».

Il nemico, però, non sono più i “padroni” ma la rassegnazione. «La politica è frammentata, con le istituzioni il dialogo c’è ma occorre fare rete per ripartire», la diagnosi di Molinari. «La questione casa è un ginepraio, manca una politica dell’abitare», dicono alla Caritas. «Nell’assistenza ai più fragili», dice Chiappori, «la politica replica schemi del passato che non funzionano più: non si tratta di dare a chi chiede, e molti non chiedono per pudore, ma di prevenire i disagi cambiando radicalmente approccio e aumentando le risorse».

Gli operai dello stabilimento Ilva di Cornigliano preparano un Pastorale in acciaio per papa Francesco (foto Matteo Montaldo)
Gli operai dello stabilimento Ilva di Cornigliano preparano un Pastorale in acciaio per papa Francesco (foto Matteo Montaldo)

La periferia al centro

La politica, d’altra parte, sembra non interessare più a nessuno. Pochissimi i manifesti elettorali in vista del voto dell’11 giugno dove non sarà più in corsa il sindaco uscente Marco Doria, il professore universitario che nel 2012 sull’onda del movimento arancione vinse a sorpresa le primarie del centrosinistra approfittando del “cupio dissolvi” del Pd che schierò due candidate espressione di fazioni rivali: Roberta Pinotti, ministro della Difesa, figlia di un operaio dell’Enel, e Marta Vincenzi, figlia di un operaio dell’Ansaldo, sindaca dal 2007 al 2012, condannata a novembre scorso in primo grado per l’alluvione del 2011 che provocò sei vittime, tutte donne, tra cui due bimbe. «Doria è un galantuomo ma non ha avuto il coraggio dell’impopolarità, doveva osare di più», dicono due avventori al bar di piazza Matteotti davanti a Palazzo Ducale.

Passeggiando tra i carrugi del centro storico, il quartiere dove è nato e cresciuto il cardinale Angelo Bagnasco, ti accorgi che Genova la periferia ce l’ha in centro. Nessuna divisione, è tutto mescolato. Poveri e ricchi, italiani e stranieri convivono nello stesso quartiere e persino nello stesso palazzo. Ai piani alti i ricchi, al mezzanino i poveri. Gli spacciatori in via del Campo e i professionisti nella parallela. Tra i vicoli delle prostitute resi famosi dalle canzoni dolenti di De André c’è la mensa dei poveri di Sant’Egidio. Ha aperto nel 2015 una volta a settimana, e non bastava. Adesso apre tre volte a settimana e sfama cinquecento persone al giorno. E non basta ancora.

Gli anziani sono tanti, hanno in media le pensioni tra le più alte d’Italia ma rischiano di morire di solitudine. E per questo Sant’Egidio, dieci anni fa, ha aperto una casa-famiglia per tenerli insieme in un elegante appartamento donato dalla Fondazione Carige, la banca di Genova, e intitolata a Benedetto XVI.

Genova aspetta papa Francesco (foto Matteo Montaldo)
Genova aspetta papa Francesco (foto Matteo Montaldo)

Il porto e gli operai: le due anime della città

  

Il porto con i suoi mille volti, i container e le navi da crociera, l’acquario e i camalli, Eataly e i ristoranti, resta il motore dell’economia della città, il suo fattore d’identità, la sua vocazione essenziale. L’anima di Genova, invece, resta sempre operaia. «Dal 1942 il movimento operaio ha sempre avuto un rapporto stretto e quotidiano con la Chiesa. Quest’alleanza è una peculiarità di Genova e il suo punto di forza», spiega Molinari. Quando altrove i cappellani del lavoro furono aboliti, qui il cardinale Siri li fece restare e lì aiutò ad andare avanti. Oggi sono una decina e presidiano tutte le fabbriche della città metropolitana.

«Dal mondo del lavoro», chiosa, «noi preti ci portiamo la laboriosità, la concretezza, il rispetto dei diversi punti di vista e la necessità di evitare discorsi lunghi e inutili». È in fondo l’identikit di Genova, valido ancora oggi che tutto è cambiato e la città ha stemperato la sua proverbiale durezza caratteriale e ideologica in nome di un pragmatismo che le consenta di ripartire.

Dal terrazzo della palazzina dove hanno trovato rifugio alcune famiglie di immigrati grazie alla Comunità di Sant’Egidio, si ammira tutta la bellezza della città. È una bellezza appartata, pudica, da contemplare magari in silenzio dai colli a strapiombo su cui si sale in ascensore. «Quando mi sarò deciso d’andarci, in paradiso, ci andrò con l’ascensore di Castelletto», scriveva il poeta Giorgio Caproni. Per De André, invece, il paradiso era nei bassi di via del Campo. In qualche angolo, magari nascosto, il paradiso a Genova c'è. Il difficile, forse, è crederci.

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