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lunedì 20 settembre 2021
 
Genova
 

Con gli sfollati, tra lacrime e speranza

05/09/2018  Le storie dei protagonisti della protesta di questi giorni contro la Regione Liguria. Chi ha lasciato la pasta sul fuoco, chi ha potuto afferrare quattro vestiti prima di scappare per non tornare più. «Ero in casa quando il ponte è venuto giù, nemmeno il tempo di pensare ed ero già fuori»

Giovanna Berti, nonna Giovanna, aveva perso la casa anche tre anni fa: «Durante un’alluvione si è staccata una frana, a Mignanego, e l’ha buttata giù. Mi sono trasferita in via Porro da mia figlia: ora siamo tutti per strada». Daniela Burgio, altra famiglia, altro caseggiato nella zona rossa sotto al ponte spezzato di Genova, ha compiuto 45 anni il giorno del crollo del Morandi. «Ero in casa quando è venuto giù, nemmeno il tempo di pensare ed ero fuori, per strada». Piange mentre racconta che la sua famiglia, di case, ne ha perse tre: «Mia madre e mio fratello e io».

Ore 11.36 del 14 agosto 2018: sono 43 le vite spezzate dal crollo del ponte Morandi di Genova, 559 le esistenze stravolte dal dramma dello sfollamento. In tutto 251 famiglie hanno dovuto lasciare le loro case in pochi minuti: chi solo, chi con l’aiuto dei Vigili del fuoco. C’è chi ha lasciato la pasta sul fuoco, chi ha potuto afferrare quattro stracci prima di scappare per non tornare più. I pompieri hanno rischiato la vita per dare a tutti la possibilità di rientrare qualche minuto nelle abitazioni a recuperare un po’ di effetti personali. Ma non tutti ci sono riusciti, perché gli scricchiolii del ponte, che continua a spostarsi, hanno determinato l’inasprimento delle misure di sicurezza nell’area. “Recuperi sospesi”, l’inevitabile conseguenza. Oltre ai Vigili del fuoco, ai rappresentanti del Comune, ai volontari che hanno prestato assistenza, anche i parroci sono scesi in prima linea per portare conforto ai fedeli (e non solo a loro). Don Pietro Picollo, parroco al Campasso di Sampierdarena da 40 anni, segue passo passo le tribolazioni di chi ha perso la casa: «Non faccio nulla di speciale, cerco solo di stargli vicino», dice. Don Gianni Grosso, di San Bartolomeo della Certosa, che è la parrocchia più colpita, ha detto Messa tra gli sfollati la prima domenica dopo il crollo. «Non sono stati terremoti o alluvioni a far cadere quel ponte, per questo chi adesso non ha più un tetto lo deve avere al più presto».

Gli anziani vivono il disagio di lasciare il proprio ambiente, le piccole e meritate comodità, i ricordi e spesso anche i risparmi di una vita intera. «È vero che problemi di soldi io non ne ho ma, a 86 anni, avrei voluto usarli per morire contento di aver fatto tutto quello che volevo», dice Lino Guarnieri. «Sono da giorni in albergo, non ne posso più, voglio una casa: non diventerà bella ed elegante come quella dove vivevo, ma almeno è un punto di partenza per ricominciare», dice stanchissima Graziella Pistorio, 82 anni, una settimana dopo la disgrazia. Per i bambini il problema è lo choc che in molti casi non li fa dormire di notte ma, lo stesso giorno in cui la sua famiglia ha avuto una casa nuova, nel quartiere San Biagio, periferia di Genova, la piccola Giada, nipote di nonna Giovanna, ha già fatto amicizia con i bambini del vicinato.

Gavino Delogu e la moglie Wendy Corea riescono a non piangere mentre le scattano la prima foto nella nuova casa, sempre al quartiere San Biagio. Ma poi si allontana quando si tratta di parlare. «La mia vita ricomincia da questo mazzo di chiavi – dice il marito – ci metterò una bandiera italiana per me e una domenicana per mia moglie: proprio come il vecchio mazzo della casa che non avevo ancora finito di pagare». Sono davvero tempi record quelli in cui il Comune ha trovato le case per gli sfollati: dal patrimonio di edilizia pubblica che stava per essere venduto. «Qui però non va bene, è troppo umido, io soffro d’asma, anche mio figlio piccolo di 5 anni, non ci possiamo stare, abbiate pazienza e grazie», dice Michela Marchelli, mentre rifiuta accanto al marito Alfonso Saveriano il primo alloggio che le propongono. «Non si preoccupi, ne troveremo un’altra», le dice un assessore.

Le istituzioni si sforzano di fare fronte ai problemi di tutti i genovesi che, sistemati in albergo o alloggiati dai parenti, vivono le giornate per strada, sotto ai tendoni installati dalla Protezione civile ai confini della zona rossa. «Ci hanno sistemato in albergo, è vero – dice Giovanni Genco, marito di Daniela Burgio – ma nessuno ha pensato ai panni sporchi: il servizio per lavare e stirare la biancheria si paga a parte. Così usiamo la lavanderia a gettoni ma indossiamo tutto stropicciato perché nessuno ha un ferro da stiro». Ciascuno ha i suoi oggetti più cari, non necessariamente preziosi. Giuseppe Rodinò ha vissuto 38 anni in via Porro: il suo palazzo sarà tra i primi a essere abbattuto per demolire il troncone a rischio del ponte. Si sofferma con un imbarazzo sugli oggetti di cui sente la mancanza. «La mia cantinetta di castagno per i vini e un portachiavi, regalo di mio suocero: so che sono stupidaggini, ma erano i miei ricordi».

Foto Ansa

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