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Giacomo Alberione, una vigile sentinella nel mezzo della notte

25/11/2021  La veglia ispiratrice: furono soprattutto le ore che segnarono il passaggio tra il 31 dicembre 1900 e il 1° gennaio 1901 a segnare profondamente e per sempre la vita, l'opera e l'insegnamento del Beato

Le notti secolari che ci riguardano sono due. La prima fu indetta col decreto della Sacra Congregazione dei Riti, Anni santi (13 no­vembre 1899), che ordinava di celebrare la Messa nella mezzanotte seguìta dall'adorazione eucaristi­ca, tra il 31 dicembre 1899 e il 1° gennaio 1900. Dall'antichità, l'unica Messa notturna consentita era quella di Natale; dopo il Vaticano II è diventa­ ta abituale. Quella funzione liturgica si proponeva di chiudere il secolo XIX, del quale Leone XIII ri­cordava i grandi ma anche le benemerenze scientifiche, tecnologiche, sociali. Si sa che alcune figure eccezionali di santi lo avevano costellato: don Bosco, il Cottolengo, il Cafasso,Teresa di Li­sieux. Questa notte non esercitò nessun influsso sull'Alberione.

La seconda andava dalla mezzanotte del 31 di­cembre 1900 al 1° gennaio 1901. Essa segnò per sempre la sua vita e il suo insegnamento. Il seminarista Alberione, poco più che sedicenne, era entrato nel seminario di Alba, dimesso da quello di Bra, nel mese di settembre del 1900. Si era appassionato alle cronache dell'Anno giubilare che stava per concludersi: congressi eucaristici e culturali, pelle­grinaggi, pubblicazioni, commenti entusiastici dei giornali cattolici, attacchi furibondi di quelli anti­ clericali. In seminario ne parlavano i superiori e i compagni.

Il 1° novembre Leone XIII pubblicò l'enciclica Tametsi futura, una delle più importanti del lun­ go pontificato (1878-1903). L'Alberione ne subì un'impressione affascinante. L'argomento tratta­ to è Gesù Redentore, al quale Leone XIII unisce gli attributi di Via, Verità e Vita, presi dal Vangelo di Giovanni (14,6). Questo tema è svolto con un impegno profondo e prolungato. Don Alberione gradatamente lo accoglierà come fondamento del­ la spiritualità e dell'apostolato paolino, ma farà una specie di cambio di corsia. Infatti assimilò i contenuti del documento, adottò i tre attributi evangelici, ma col trascorrere degli anni li trasferì dal titolo di Redentore a quello di Maestro, ritenu­to più conveniente all'apostolato della comunicazione sociale. Infatti, come ripeterà in mille circo­ stanze, chiunque lavora in una redazione o in un impianto comunicativo - libro, giornale, film, ra­dio, Tv- di fatto siede dietro una cattedra, perciò deve ispirarsi al Maestro Divino. Verso papa Leo­ ne nutrì una venerazione sconfinata, al punto da farlo dipingere, insieme a cinque Dottori della Chiesa, nella pala d'altare della cappella dedicata a san Paolo nel Santuario della Regina degli Apo­stoli. Perciò fu fedelissimo e anche originalissimo. Rileggendo l'enciclica nel 1958, don Alberione la ripropose alla Famiglia Paolina e lanciò la diret­tiva vincolante: «Seguiamo la Tametsi futura!».  

Due settimane dopo la pubblicazione dell'enci­clica, il 16 novembre 1900, la Congregazione delle Reliquie e delle Indulgenze pubblicò un secondo decreto, il Regi saeculorum, che rinnovava la mo­bilitazione eucaristica fatta nel 1899, insistendo che dopo la Messa i fedeli sostassero a tempo inde­ terminato nell'adorazione eucaristica. Questo do­cumento diede al seminarista Alberione l'input di­retto e decisivo per la notte del secolo.

Nello scritto autobiografico Abundantes divitiae gratiae suae (Le abbondanti ricchezze della sua grazia, Ef 2,7), nel 1954, rievocò quell'avveni­mento carismatico fondazionale: «La notte che di­ vise il secolo scorso dal corrente fu decisiva per la specifica missione e lo spirito particolare in cui sa­rebbe nata e vissuta la Famiglia Paolina. Si fece  l'adorazione in Duomo, dopo la Messa solenne di mezzanotte, innanzi a Gesù esposto. I seminaristi di filosofia e teologia avevano libertà di fermarsi quando volevano». Egli protrasse l'adorazione per quattro ore, durante le quali nacquero misticamen­te tutti i gruppi della Famiglia Paolina. Per questa ragione ripeté instancabilmente alle congregazio­ni, agli istituti secolari aggregati e ai Cooperatori paolini: «Voi siete nati dall'Eucaristia». Quel Ta­ bor verificatosi nel Duomo di Alba produsse su di lui anche effetti visibili. Infatti annotò: «Alle ore dieci del mattino doveva aver lasciato trapelare qualcosa del suo interno», tant'è vero che il futuro canonico Giordano, suo coetaneo, «incontrando­ lo gliene fece meraviglie».

Non solo spiritualità

La Tametsi/utura non si occupa solo di spiri­tualità. Rilancia anche grandi temi culturali e speci­ficamente quelli sociali della Rerum novarum. In ossequio a questo magistero, Don Alberione asse­gnò alla sociologia un posto preminente tra le scienze umane. La cosa è comprensibile se si pen­sa che la dimensione sociologica appartiene al Dna dell'apostolato  comunicativo.  Il Pontefice plaude all'impegno dei Governi nel promuovere il

risanamento della società attraverso leggi e provve­dimenti d'ogni genere, ma ammonisce: «Occorre cercare il miglioramento dei popoli più in alto, fare appello una forza_superiore a quella umana, che tocchi direttamente le anime».

L'armonia sociale è garantita se gli insegnamenti del Vangelo vengono accolti nella vita individuale e in quella pubblica. Se la giustizia e la comprensio­ne reciproca si affermeranno, se «taceranno le lotte di classe, e tanto i ricchi che i poveri compiranno il proprio dovere, i ricchi comprenderanno che se vo­gliono essere salvi debbono praticare la giustizia e la carità, i poveri daranno il giusto spazio alla tem­peranza e alla moderazione. L'ordinamento della società civile sarà perfetto quando essa sarà gover­nata dal timore di Dio, suo legislatore supremo».

La conclusione dell'enciclica riafferma l'istanza di equilibrare, nel secolo che sta per iniziare, la teo­logia con la sociologia, allo scopo di raggiungere il traguardo del bene comune: «Molto si è parlato al­ le folle circa quelli che sono definiti i diritti dell'uo­mo: si parli loro anche dei diritti di Dio. Che que­sto sia il tempo propizio, ne danno prova quello

,stesso amore del bene ridestatosi in molti, e spe­cialmente questa pietà verso il Redentore manifestatasi in tante forme, pietà che, quale auspicio di tempi migliori, se piacerà al Signore, consegnere­mo in eredità al secolo che sta per.sorgere».

Rosario F. Esposito

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