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mercoledì 20 ottobre 2021
 
 

Fabris: liberi di consumare bene

24/05/2010  L'ultima intervista al grande sociologo, che si è spento qualche giorno fa.

«La crescita è ricominciata»: non è forse la frase che aspettiamo tutti per dire addio alla crisi economica? C’è chi però, autorevolmente, mette in guardia dallo “sviluppismo”, l’imperativo del produrre e consumare sempre di più come prima garanzia di benessere. E, contemporaneamente, polemizza con i sostenitori della “decrescita”, quel ritorno a bisogni pochi e semplici che per molti sarebbe la vera alternativa ai guai dello sviluppo.

      No, Giampaolo Fabris, professore di Sociologia dei consumi all’università Iulm di Milano e noto da anni per ricerche e teorie in questo campo, propone una terza via nel suo ultimo saggio, La società post-crescita (Egea), uscito poche settimane prima della sua scomparsa. Una strada che, pur rifiutando un neo-pauperismo dai tratti un po’ conservatori, propone di ovviare ai guai del consumismo sfrenato consumando in modo diverso. I segnali del nuovo ci sono già, presso minoranze (però sempre più vaste) di consumatori attenti alla salvaguardia dell’ambiente, alla giustizia distributiva, alla propria libertà di non farsi fagocitare dalle merci. In una delle sue ultime interviste, rilasciata a Famiglia Cristiana, Fabris sottolineava come queste vistose tendenze sociali dispongano oggi di un mezzo potente di influenza: il Web.

- Professor Fabris, perché sarebbe sbagliato invocare la crescita come soluzione di tutti i mali economici?
      «Perché ci si riferisce a un modello che, poi, è stato quello che ha sostanzialmente generato anche la crisi. Un modello che ormai aveva pecche molto grosse da tanti punti di vista: ambientale, sociale, di sperequazione distributiva. Riproporlo mi sembra un’operazione di retroguardia. Adesso c’è da fare non una ripresa indifferenziata, ma selettiva, anche coerente con quel che è cambiato nella società italiana in questi anni».

- Prendiamo i limiti dell’ambiente: quanto è attiva la preoccupazione in proposito?
     
«Questo è un fatto relativamente nuovo. Dai dati di ricerca emerge che la sensibilità alle tematiche ambientali non è più appannaggio delle minoranze scolarizzate o delle frange verdi, ma che si va diffondendo presso ampi strati della popolazione italiana, che adottano anche una serie di comportamenti congruenti, talvolta faticosi e scomodi».

- La sensibilità alle disuguaglianze sociali incide sui consumi?
      «Sì, e in alcune aree con maggiore evidenza: per esempio in tutto il settore del commercio equo solidale. Lì io non ho un vantaggio specifico, perché pago i prodotti allo stesso prezzo, però ho la certezza che parte di quello che pago va a correggere delle ingiustizie nella struttura produttiva. Nel complesso, in un momento di abbandono delle forme tradizionali di partecipazione alla politica, le varie manifestazioni di consumo critico possono rappresentare, secondo me, una forma nuova di fare politica».

- Perché lei non è d’accordo con chi invoca la “decrescita”?
     
«Innanzi tutto, perché i bisogni sono costruiti socialmente e storicamente: un bisogno oggi essenziale come il telefonino, per esempio, 15 anni fa non era certamente qualcosa che ci aiutava a vivere. I cultori della decrescita finiscono per proporre un mondo così claustrale, alla fine così triste, che non può rappresentare, in un momento importante di passaggio e di acquisizione di nuove consapevolezze, un modello di riferimento a livello di massa».

- Quali sono le tendenze di consumo che influenzeranno il futuro?
     
«Io tenderei a privilegiare l’alimentazione: la gente sta cominciando a mangiare in maniera diversa. In un periodo di crisi economica, il cibo biologico, che pure costa il 10-15% in più, non solo non ha avuto flessioni, ma ha aumentato le vendite. C’è poi la scoperta dei farmers’ market, c’è l’approvvigionamento diretto alla fonte. Tutto ciò potrebbe rappresentare una straordinaria sfida per l’industria alimentare italiana. E questa consapevolezza sta contagiando altri comparti del consumo: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Persino nei cosmetici, comincia a essere considerato importante che non contengano sostanze di sintesi, ma sostanze naturali».

- Perché il Web è importante per consumatori protagonisti?
     
«Può esserlo perché è l’unico strumento su cui l’industria non ha un controllo diretto. È uno spazio ancora libero, in cui sta girando una quantità straordinaria di informazioni, segnalazioni, forum su marche, prodotti e consumi. La quantità di aziende che viene “messa in mora” sul mondo Web sta diventando la preoccupazione più grossa per grandissime imprese. E se l’impresa ravvisa un proprio interesse a una produzione diversa, con contenuti etici, eco-sostenibili, credo che questo rappresenti un’occasione di business».

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