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Lutto nello sport
 

Gianluca Vialli, il suo monito per un calcio che non perda l'anima

20/12/2022  «Non prendete a calci il calcio». Così ci provocava il calciatore, all'epoca allenatore dellla squadra inglese del Watford, nell'intervista nel numero 28 del 2001 Famiglia Cristiana, della storica firma Marco Mathieau. Un segnale allora lanciato agli addetti ai lavori, ai giornalisti e al pubblico, e ora attraverso i tempi. L'articolo integrale dai nostri archivi

Per ricordare Gianluca Vialli, morto prematuramente a 58 anni per un male con cui ha lottato per cinque anni, ripubblichiamo un'intervista rilasciata ai tempi in cui era allenatore dellla squadra inglese del Watford, la squadra di Elton John, apparsa sul numero 28 del 2001 Famiglia Cristiana, a cura di Marco Mathieau. Un segnale allora lanciato agli addetti ai lavori, ai giornalisti e al pubblico, e ora attraverso i tempi. L'articolo integrale dai nostri archivi

di Marco Mathieau

Da eroe dell’area di rigore a personaggio della panchina, Gianluca Vialli è sempre protagonista. Vive a Londra da cinque anni, si è innamorato del calcio inglese, ma è rimasto nel cuore dei tifosi italiani. Vialli, che ha da poco festeggiato il suo trentasettesimo compleanno, ha scelto l’incarico di manager del Watford, squadra dei sobborghi di Londra che milita nella First Division (la serie B inglese), con l’obiettivo di un immediato ritorno in Serie A, la Premier League.

Questa è la sua nuova sfida, dopo l’esordio sulla panchina del Chelsea e l’allontanamento dal club londinese lo scorso autunno, ma in questa intervista non parla solo di schemi e marcature a uomo oppure a zona.

Come hai vissuto il periodo dopo il licenziamento?

«Ho avuto tempo per riflettere su tante cose, staccando la spina per un po’. Mi sono anche riavvicinato alla famiglia che in questi anni avevo trascurato...».

Quanto conta la famiglia nella tua vita?

«Essendomene andato da casa a 19 anni, ho sentito il desiderio di proteggere i miei familiari, di non coinvolgerli troppo nel calcio, che per me è tutto, ma che ha anche i suoi lati negativi. Quando vinci una partita c’è euforia, ma se perdi, i tifosi sono anche capaci di prendersela con i tuoi cari. Per questo ho sempre preferito che mi seguissero da lontano. A ripensarci mi dispiace, perché so che avrei dovuto cercare di coinvolgerli maggiormente».

Sei religioso?

«Credo in Dio, ma non sono un grande praticante. Però prego...».

Che cosa ti aiuta nei momenti difficili?

«Ho una grande forza interiore, che deriva dal mio carattere forte, determinato. Perciò posso contare soprattutto sulle mie energie. Mi confronto con le altre persone attraverso il dialogo, che è il modo migliore per capire quale sia la strada giusta da prendere, per superare certi momenti».

Puoi contare su amici veri nel calcio?

«Ho una decina di amici che sono come fratelli, con i quali posso andare in profondità su certi problemi: metà di loro sono nel calcio. Sono fortunato. Non è vero che non si possano avere amici nel calcio: quando fai lo stesso lavoro, hai gli stessi interessi, spesso anche la stessa filosofia di vita, condividi gioie e delusioni, sei a contatto di gomito per quattro, cinque anni, credo che sia facile che nascano amicizie importanti. Anche se ci si allontana, il legame dura nel tempo. I miei amici nel calcio? Mancini, Ferrara, altri della Sampdoria...».

E Maradona?

«L’ultima volta che l’ho incontrato è stato un paio di anni fa, qui a Londra. Abbiamo cenato insieme al San Lorenzo: il giorno dopo doveva venire a vedere la nostra partita contro l’Aston Villa, ma non aveva la cravatta e quindi... In Inghilterra le regole sono regole: per accedere alla director’s box ci vuole la cravatta. Hanno trattato e discusso, poi Diego si è scocciato e se ne è andato via...».

Che cosa pensi della sua vicenda?

«Siamo tutti esseri umani, abbiamo pregi e difetti e possiamo sbagliare. Se una persona è buona e onesta, quando sbaglia va guardata con affetto».

Con Diego eravate i promotori del sindacato internazionale dei giocatori. Te ne occupi ancora?

«Lo gestiscono altri, ma continua a esistere. È importante, perché i calciatori dovrebbero poter avere voce in capitolo nella stanza dei bottoni, non perché sono affamati di potere, ma perché, essendo quelli che scendono in campo, sanno che certe cose vanno difese, altre cambiate e così via».

Credi che il sistema calcio sia a rischio, soffocato dai diritti televisivi?

«Si dovrebbe pensare al calcio come a una scatola su cui c’è scritto: "fragile, maneggiare con cura". Si rischia di danneggiare il gioco, ecco perché sarebbe importante ascoltare le ragioni dei protagonisti del campo. In Italia, soprattutto, bisogna stare attenti, perché il calcio è a rischio, l’elemento sportivo intendo, non il business, che continua a migliorare, ma la vera essenza del gioco del pallone, quella è in pericolo».

E il doping?

«Ci ho pensato molto ultimamente, dopo i casi del nandrolone. Non posso credere che dopo che hanno trovato positivi un paio di giocatori, gli altri si facciano beccare ancora, sarebbe troppo stupido. Credo che ci sia qualcosa di quasi involontario in quello che sta succedendo».

I giocatori sono dunque complici o vittime?

«Ci sono giocatori che non stanno alle regole e vendono l’anima al diavolo. Perché di questo si tratta: magari puoi correre un po’ di più, ma la salute? Se a 40 anni ti ritrovi con un tumore, anche se hai guadagnato cento milioni in più per aver segnato qualche gol, a cosa serve? Il problema del calcio è che, essendo uno sport di squadra, è molto difficile capire quanto convenga assumere qualcosa di illegale per migliorare le prestazioni del singolo».

Non pensi che esista un’omertà diffusa nel mondo del calcio?

«Sicuramente, ma questo riguarda anche i giornalisti, che sono pronti a scrivere di tutto, ma spesso non scrivono proprio le cose di cui sanno e di cui dovrebbero scrivere... È facile dare addosso a un giocatore che sta giocando male, ma è più difficile scrivere che c’è qualcosa di illegale».

A proposito di calcio e di parole di denuncia: Tony Adams, stopper dell’Arsenal e della Nazionale inglese, ha raccontato in un libro la sua personale battaglia contro l’alcolismo, rivelando i retroscena del calcio inglese. Pensi che anche in Italia un giorno si racconterà quello che avviene dietro le quinte?

«Credo sia difficile. Sarebbe bello tornare a certi valori che stanno scomparendo, nello sport. Anche a quello di un giocatore che vive un suo dramma personale, come Adams, e poi riesce a superarlo e a raccontarsi, a esporsi. I giocatori devono essere esempi, è vero, ma sono comunque esseri umani che commettono degli errori e avere la possibilità di ammetterlo, di fare un esame di coscienza, è importante. Sono storie importanti. In Italia mancano le storie, quelle degli uomini, dei personaggi. Tutto è centrifugato, consumato velocemente tra le polemiche. Qui è diverso, prendi la Coppa d’Inghilterra, è una storia fantastica: i giornali dedicano tre o quattro pagine a una squadra di terza divisione che affronta il Manchester United. C’è la storia di quello che lavora in banca e poi magari va in campo e segna. Gli inglesi sono capaci di parlare di calcio raccontando delle storie e la gente si appassiona».

Che cosa ama leggere Gianluca Vialli?

«Recentemente molti libri di psicologia legati al mondo dello sport, perché voglio migliorare la mia capacità di gestione degli uomini, degli atleti. Gli allenatori che hanno maggior successo sono quelli più bravi in questo. I sistemi di allenamento, la tattica sono cose che puoi imparare...».

Quale pensi che sia il modo migliore per diventare allenatore?

«Ce ne sono tanti. Quello del corso per ottenere il patentino, come in Italia, è uno, ma puoi essere un coach perché hai giocato, quindi sai di cosa stai parlando, oppure sono gli stessi allenatori che a volte ti insegnano. Io, per esempio, non ho fatto il corso, ma ho giocato per vent’anni e ho avuto grandi allenatori».

Da allenatore del Chelsea sembra che tu non abbia avuto un rapporto tranquillo con Zola...

«Diciamo che ho allenato giocatori che hanno fatto molta fatica a capire che avevo cambiato ruolo, da giocatore ad allenatore, e forse si aspettavano qualcosa di diverso. Per me il rapporto umano non era cambiato: qualcuno, evidentemente, si aspettava che anche il rapporto professionale non sarebbe cambiato e invece non poteva essere così».

A proposito di numeri 10: credi che Roberto Baggio vestirà la maglia azzurra ai prossimi Mondiali?

«Se si fossero giocati adesso, lui avrebbe avuto delle chances, ma come allenatore devo dire che non sempre si fanno giocare i migliori. A volte scegli quelli che, tutti insieme, possono giocare la partita migliore. Per una partita singola fai certe scelte, per un campionato intero delle altre. E non è detto che un calciatore che gioca meglio di un altro abbia il posto garantito in squadra, perché magari l’altro diventa più utile per certe cose».

Esiste anche in Inghilterra il problema della maglia numero 10?

«Qui hanno sempre giocato con il 4-4-2, non hanno mai avuto questo tipo di giocatore e quindi ne sono più affascinati, mentre noi magari non sappiamo più dove farlo giocare. Di Canio e Zola hanno un successo enorme in Inghilterra, perché escono dagli schemi classici, offrono qualcosa in più in termini di fantasia e divertimento. Un allenatore è costretto a costruire tutta la squadra intorno a questo giocatore, che esce un po’ dagli schemi: a volte è preparato a farlo, altre no, e allora si deve puntare su uno schieramento più solido».

Tu, alla Juve con Trapattoni, avevi vissuto sulla tua pelle il dubbio tra centrocampo e attacco...

«Diciamo che quello fu un esperimento... Sapevo che non sarei mai stato un centrocampista».

Marco Mathieu

 

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