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Monsignor Takami: «Il Giappone è ancora una terra di missione»

01/12/2016  Joseph Mitsuaki Takami è arcivescovo di Nagasaki, la diocesi più grande del Giappone. Nato nel 1946 a Nagasaki da una famiglia di cristiani nascosti, è stato ordinato arcivescovo nel 2003 da Giovanni Paolo II. Uno sguardo sulla fede del Sol Levante dal suo cuore

Joseph Mitsuaki Takami, arcivescovo di Nagasaki, è attualmente alla guida di una diocesi che, con i suoi 70 mila fedeli, è la più grande del Giappone. Nato nel 1946 a Nagasaki da una famiglia di cristiani nascosti, è stato ordinato arcivescovo nel 2003 da Giovanni Paolo II.
Poche settimane fa ha annunciato la candidatura delle chiese di Nagasaki a patrimonio dell’Unesco e la prossima apertura di un museo dedicato ai cristiani nascosti. Inoltre, in occasione del 150° anniversario della scoperta dei criptocristiani, Takami ha indetto un sinodo diocesano incentrato sul futuro della Chiesa giapponese, che oggi si trova a fare i conti con la secolarizzazione che minaccia la vita spirituale.

Monsignor Takami, quali sono le sfide specifiche della sua diocesi?

«La sfida più grande è che non abbiamo nuovi battezzati né conversioni tra gli adulti. Ogni anno abbiamo solo 50-60 battesimi tra gli adulti a Nagasaki. A Tokyo al massimo si arriva a mille convertiti. Ma se i fedeli non ci ascoltano significa che siamo noi che non ci sappiamo far ascoltare. Forse è perché abbiamo vissuto nascosti per 150 anni, e sappiamo comunicare poco».

Il Papa fa sempre riferimento alle periferie esistenziali. Il Giappone secondo lei è una periferia?

«Più che una periferia esistenziale, direi che è ancora una terra di missione. In Giappone, i cattolici sono solo lo 0,3 per cento e il loro numero non aumenta da dieci anni a questa parte. Se da un lato è la nostra testimonianza che non va bene, dall’altro è proprio il popolo giapponese che non si pone affatto il problema della vita dopo la morte».

Quale tipo di credente si converte alla fede cattolica in Giappone?

«La maggior parte sono persone che si sposano con cattolici, che si convertono prima o dopo il matrimonio. Ci sono anche dei giovani, soprattutto nelle grandi città, come Tokyo, Fukuoka e Osaka; ma nelle campagne sono veramente pochi, perché lì il buddhismo e lo scintoismo sono molto praticati».

Lei pensa che il problema delle conversioni alla religione cattolica sia dovuto a un qualche problema di comprensione delle questioni teologiche?

«Non esattamente. Al tempo dei primi missionari la fede cristiana stava prendendo terreno prima della proibizione dello shogun Tokugawa. Allora il problema maggiore della dottrina cattolica era il fatto che tutti erano uguali davanti a Dio, un concetto che non andava bene ai potenti. Inoltre la morale cristiana non era accettata perché considerata troppo severa. I daimyo dell’epoca avevano anche più di una moglie, mentre per i cristiani non esisteva il divorzio, ieri come oggi. I problemi dei giapponesi sono gli stessi di allora: la fede cattolica viene considerata in modo molto positivo dal punto di vista spirituale, ma resta molto difficile da seguire dal punto di vista della morale e dei precetti. Oggi poi c’è anche il fattore della secolarizzazione, che non investe solo la società giapponese ma un po’ tutto il mondo. Mentre subito dopo la guerra si sentiva il bisogno di una risposta di tipo spirituale, con il benessere degli anni seguenti le persone si sono sentite appagate. E la domanda di Dio è rimasta inevasa».

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