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lunedì 13 luglio 2020
 
Televisione
 

Gigi D'Alessio, venti anni di successi non solo in napoletano

06/12/2019  Il cantante su Rai 1 nelle vesti di conduttore con Vanessa Incontrada di Venti anni che siamo italiani. In questa intervista racconta i suoi esordi con Mario Merola, il diploma di pianoforte al conservatorio, le sue tournée in tutto il mondo e la sua fede.

Un momento d’oro per il cantante Gigi D’Alessio: è da poco uscito un nuovo album, Noi due, in cui duetta con importanti artisti, e sta per partire il programma 20 anni che siamo italiani (dal 29 novembre su Rai 1 per tre serate), che conduce insieme a Vanessa Incontrada.  Un esponente della musica napoletana e della canzone melodica, popolare in Italia e all’estero, a suo agio sui palcoscenici, ma anche in televisione. Vent’anni di carriera e vent’anni di storia italiana.

Come la racconterete?

«Venti anni fa con la canzone Non dirgli mai, presentata a Sanremo, ho iniziato a essere conosciuto anche fuori dall’ambito campano. E venti anni fa Vanessa Incontrada è arrivata in Italia. In questi vent’anni sono accaduti tanti cambiamenti, il primo che mi viene in mente è il dilagare della tecnologia, che ha portato grandi vantaggi, ma che ci ha rubato il nostro tempo. Il nostro sarà uno spettacolo con molta musica, in cui ci saranno occasioni per riflettere, ridere e piangere, con un impianto classico, ma con
elementi moderni».


Come sono stati per lei questi due decenni?


«Ho avuto tante cose belle e qualche lutto molto doloroso. Sono scomparsi mio padre e mio fratello, ho visto crescere i miei figli, sono diventato nonno, ho fatto dieci tour mondiali, mi sono esibito al Radio City Music Hall di New York, sono stato al primo posto della classifica di Billboard, che per un italiano non accadeva dal 1956».


È molto legato alla sua città, Napoli?


«Nella copertina del mio ultimo disco sono ritratto insieme alla mia ombra. Ecco, quell’ombra sono le mie
origini, le mie radici, non posso staccarmene, io mi sento un italiano di Napoli. E poi la napoletanità è stata sdoganata. Venti anni fa in Non dirgli mai c’era una frase in napoletano e fu quasi uno scandalo. Ora è una lingua, perché come tale viene considerata, tanto da essere patrimonio dell’Unesco, molto ben accolta nelle canzoni. Nel mondo la canzone italiana più conosciuta è quella napoletana».

Lei ha collaborato con due miti napoletani, Mario Merola e Sophia Loren. Che ricordo ha di loro?


«Io ero il pianista di Mario Merola. Poi un giorno gli ho proposto di cantare con me una canzone che avevo
scritto ed è stato il mio primo duetto. E se a Napoli cominci con Mario Merola poi è difficile continuare a quel livello. Sophia Loren la conobbi in occasione del Premio Barocco a Lecce. Avevo il camerino a  fianco al suo. Entrai per presentarmi e che sorpresa quando mi accorsi che mi conosceva già. Mi disse: “Gigi, ma quanto sei bello quando canti Non dirgli mai”. Ero così avvolto dal suo fascino che non mi accorsi che dietro a lei c’era niente meno che Depardieu. Sono l’unico che le ha dedicato una canzone dal titolo Donna Sophia».


A proposito di napoletani, a breve farà tre serate con Nino d’Angelo…


«Napoli ha bisogno di alimentare le rivalità tipo Coppi e Bartali. Vederci insieme per il nostro pubblico
è stato un vero colpo! Faremo prima una serata all’Arena Flegrea di Napoli il 26 dicembre, poi andremo a Milano il 20 gennaio e a Roma il 24 gennaio. E abbiamo richieste da tutto il mondo».


Lei non è nuovo a tournée mondiali.Che pubblico trova all’estero?


«Quando canto negli Stati Uniti, nel Canada e in Australia trovo gli italiani emigrati. In Sudamerica canto il
mio repertorio in spagnolo, in Cina e in Giappone in napoletano. Ho calcato i teatri più belli del mondo, al Radio City Music Hall ho fatto un sold out con ospiti come Paul Anka, Sylvester Stallone e Liza Minnelli».


Come è iniziata questa passione per la musica?


«Quando avevo 4 anni mio padre portò dal Venezuela una fisarmonica, per mio fratello che aveva dieci anni
più di me. Io me ne sono innamorato e ci passavo le ore al posto di giocare. Poi a dieci anni sono entrato in Conservatorio, dove mi sono diplomato in pianoforte. A 17 anni già dirigevo l’orchestra Scarlatti».


Com’è stata l’esperienza di giudice a The Voice?


«Meravigliosa, mi ha fatto conoscere alle nuove generazioni, ma credo anche di aver dato al programma una dimensione più popolare. Ci ho messo tutta la mia umanità nel giudicare i ragazzi: io vengo dal niente, non c’è stata la televisione a sostenermi agli inizi della mia carriera, ho imparato tutto sulla mia pelle e penso di aver conservato un po’ di umiltà».


Veniamo all’ultimo disco, Noi due, con tanti duetti. In particolare come è andata con Fiorella Mannoia?


«Fiorella ha cantato brani dei più grandi cantautori italiani. In una sua intervista avevo letto che lei guardava solo alle canzoni e non agli interpreti e avrebbe anche cantato una canzone mia, allora l’ho contattata proponendole un mio brano, L’Ammore. Lei si è commossa, ha detto che era una canzone
senza tempo».


Ci sono collaborazioni anche con i rapper come Gué Pequeno, con cui ha condiviso il ruolo di giurato a The Voice, Emis Killa, Luchè.

«Io non ho modificato la mia musica, ma ho fatto entrare i rapper nel mio mondo. Si tende a mettere dei paletti, ma la musica rimane tale. Io dico sempre che Dio, l’amore e la musica li puoi sentire ma non li tocchi».


Che cos’è per lei l’amore?


«L’amore a volte sembra una parola e nient’altro, è strano, un giorno ti senti il mondo tra le mani altre volte ti sembra di sprofondare nell’universo. L’amore ti fa stare male, ma poi ti rinnamori e stai di nuovo bene, è un’altalena di emozioni. L’unico amore che non muta è quello per Dio».


Che posto ha la fede nella sua vita?


«È al primo posto, Dio non lo devi pregare solo nei momenti di difficoltà, devi ringraziarlo per quello che hai. Io prego ogni mattina e ogni sera. Prego per me, per i miei .gli e per le persone che soffrono. Ogni giorno inizia con il segno della croce, gesto che faccio ogni volta che mi esibisco per ringraziare
per il pubblico che ho davanti».

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