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Proietti e il suo rapporto con Dio: «Come si fa a definirlo? Ma sono certo che sia con gli indifesi»

02/11/2020  Da piccolo voleva farsi prete: «Sentivo tutto il fascino della liturgia in latino». Poi ha interpretato sul grande schermo diversi personaggi religiosi, dal cardinal Colombo a San Filippo Neri: «Le vite dei santi m’intrigano», confessò. E Dio? «Evangelicamente penso si possa trovare tra gli ultimi e i deboli»

Ha interpretato San Filippo Neri in uno sceneggiato Tv di grande successo, Preferisco il paradiso, andato in onda nel 2010 su Raiuno. Sempre per la Rai è stato anche il cardinale Romeo Colombo, capo della polizia pontificia nella Roma del 1867, porporato emblematico, fedelissimo a Pio IX nel film L’ultimo papa re («Di quest’uomo ho ammirato tanto il coraggio di parlare con franchezza al Papa», disse).

Nella sua lunghissima carriera tra teatro, cinema e Tv Gigi Proietti ha vestito spesso i panni di uomini di fede. Era incuriosito moltissimo dalle vite dei santi: «Mi intriga conoscere i loro dissidi, le loro vicissitudini che li hanno portati all’onore degli altari», disse in un’intervista alla trasmissione A Sua Immagine nel 2014, «in quest’ultimo periodo sono incuriosito dalla figura di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti: lo trovo un uomo stimolante sotto vari aspetti». L’avevamo visto su Raiuno con la talare nera di San Filippo Neri, il “santo della gioia” che rappresentò uno dei pilastri della Controriforma in una Roma che ancora si leccava le ferite del Sacco lanzichenecco del 1527: «Bisogna fare una distinzione: san Filippo Neri era chiamato il “santo della gioia” e la gioia in senso religioso è qualcosa di più profondo, ma era anche allegro, così dicono le cronache del tempo», disse il popolare attore, «a me è piaciuto per questo aspetto. Anzi, credo che uno dei motivi per cui hanno pensato a me sta proprio nella mia allegria: non che stia sempre a ridere, però provo a trovare il lato divertente delle cose. San Filippo aveva, poi, un doppio aspetto, assolutamente non dicotomico: la vocazione alla preghiera, alla solitudine e il desiderio di esternare, di stare in mezzo alla gente. Fu un Santo gioiosamente vissuto in carità».

Da teatrante consumato non parlava quasi mai della sua fede. Si definiva «cento volte peccatore» e interpellato sul suo rapporto con Dio, una sola volta si lasciò andare: «A questa domanda potrei rispondere per giorni. È evidente che facendo questi film sono venute fuori un po’ di cose passate e legate alla mia vita: il ricordo è quello dell’oratorio, poi ci sono stati gli allontanamenti, gli scismi come capita ad alcuni. Continuo a pensare che Gesù Cristo sia stata la figura più rivoluzionaria della storia. Diciamo che negli ultimi anni si sono intensificate in me delle domande, penso più spesso al trascendente, sarà l’età che avanza?». Un cuore malandato che l’ha portato alla morte il giorno del suo compleanno, il 2 novembre, giorno in cui la Chiesa ricorda i fedeli defunti: «La data è quella, non ci posso fare nulla», scherzava.

Da bambino Proietti voleva farsi prete: «Durò poco», disse, «facevo il chierichetto nella mia parrocchia al Tufello (periferia nord di Roma, ndr) e sapevo a memoria tutta la messa in latino. Non importava che capissi poco, sentivo il fascino della liturgia, della tonaca. La mia povera mamma ripeteva spesso: “Farà quel che il Signor vorrà!”». Ossia, una carriera lunghissima e ricca di successi nel mondo dello spettacolo anche se i suoi genitori volevano che si laureasse. Come definire Dio? «Credo che evangelicamente lo si possa trovare sempre dalla parte di coloro che sono gli ultimi, poveri, deboli ed indifesi. Ma non proverei mai a definirlo, per carità di Dio», disse ridendo.

Carmelo Bene aveva in serbo per lui anche un ruolo in un film su San Giuseppe da Copertino, il “santo dei voli”, come raccontò una volta Proietti: «Lavorare con Bene nella Cena delle beffe di Sem Benelli fu un divertimento totale. Lui ci teneva a sfidarmi in palcoscenico, aveva passione per la tecnica, la Fonè è un termine che praticamente inventò lui, lui la faceva con i microfoni, io senza. Aveva sempre bisogno di soldi per i suoi spettacoli, ci metteva 15 giorni a fare le luci, era un grande della scrittura scenica, talento e fantasia notevolissimi. Pochi lo sanno, ma scrisse per me un testo, La banda salentina, ma costava così tanto mantenere quei 60 elementi che dovevano suonare dal vivo che rimandammo la cosa a tempi migliori. Mi propose anche un film, su San Giuseppe da Copertino, dovevo fare la parte del diavolo. Anche lì, niente soldi, ma uno dei copioni più belli che io abbia mai letto. Faceva impazzire produttori pubblici e privati. Una volta saltò una centralina elettrica, tanto era il voltaggio richiesto dalle sue luci. È stato anche un grande umorista, nel senso nobile del termine. Una volta propose una spartizione del teatro: “A Vittorio Gassman il classico, a me il tragico e l’avanguardia, a te l’intrattenimento”».

Su papa Francesco ebbe parole di grande stima: «Ha conquistato talmente tutti: credenti, laici, atei. Ha un grande carisma, importante capacità di penetrazione nelle coscienze perché usa un linguaggio semplice, ma non facile. Credo, infatti, che la semplicità sia la cosa più complicata che esista. Poi ritengo che la Chiesa avesse bisogno di un pontefice così interessante,che mettesse un punto fermo, in grado di saper guardare a testa alta la realtà, la società che ci circonda».

Il 27 marzo 2019 era in Campidoglio, invitato dalla sindaca Raggi, per la visita del Pontefice: «Forse in questa fase è meglio non buttarsi troppo giù», disse in un’intervista al Messaggero riferendosi alla situazione difficile della città, «Ma i primi a essere severi con noi stessi dobbiamo essere noi romani. Io non faccio parte della stessa sponda politica in cui milita Virginia Raggi, ma la situazione di Roma è molto complicata e questo ormai è un giudizio comune, diffuso e apolitico». E aggunse: «Mi viene in mente appunto quello che disse un altro Papa. Quel “dàmose da fa!” pronunciato nel 2004 da Giovanni Paolo II. Vede, i pontefici in questa città, si giuntano, nel senso si uniscono, l'uno all'altro. E quell'esortazione è più che mai attuale».

La crisi del teatro, acuita in maniera drammatica dalla pandemia di questi mesi, era un cruccio e ne parlò anche a papa Wojtyla: «Eravamo ad un’udienza in Vaticano alla presenza di tante personalità dello spettacolo e mi rivolsi a Giovanni Paolo II, uomo che in giovinezza amò profondamente il palcoscenico, dicendogli: “Santo Padre, preghi per il nostro teatro”. Il teatro italiano, purtroppo, continua a soffrire ma forse questa è sempre stata una sua caratteristica sin dalle origini, dalle prime rappresentazioni greche. Certo se ci fossero un po’ più di risorse accompagnate ad una maggiore attenzione da parte dei nostri governanti, se la caverebbe indubbiamente meglio. Poi manca la preparazione, non c’è più quello che viene definito il “know how” anche tra gli addetti ai lavori. Oggi anche nel teatro sa tutto, troppo di politico e questo è molto grave, laddove le istituzioni vogliono entrare dappertutto, senza che esista un angolino della vita sociale libero e non intriso da questi condizionamenti».

Sulla sua attività di attore teatrale, era solito fare una preghiera, un po’ ironica com’era nel suo stile: «Signore preservami dai contenuti, salvami dal significato, fulminami all’istante qualora fossi preso dalla tentazione del messaggio».

Tra i tanti necrologi di queste ore merita ricordare il tweet di Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica romana: «Nell'ebraismo si dice che i giusti nascono e muoiono nello stesso giorno. Addio a Gigi Proietti un gigante dello spettacolo, che con la sua bravura ed ironia ha portato calore e sorrisi nelle nostre case. Un pezzo di Roma che se ne va. Sia il suo ricordo di Benedizione».

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