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Riccardo Cazzuffi: «Io, medico, a Lourdes ho aperto il mio cuore al cielo»

11/02/2022  La coinvolgente testimonianza di uno pneumologo impegnato in prima linea contro il Covid, a Schiavonia (Padova). «Un pellegrinaggio del 2018 con l’Unitalsi mi ha cambiato la vita. Nel silenzio di Massabielle Maria mi ha insegnato il valore dell’umiltà e dell’approccio amorevole verso i pazienti. Cose quanto mai importanti in questo duro periodo di pandemia».

Il dottor Riccardo Cazzuffi, 40 anni, penumologo in servizio all’ospedale Madre Teresa di Calcutta di Schiavonia (Padova).In alto e in copertina, il dottore con due infermiere: Giovanna Pinton, in centro, e Valentina Gaffo, a destra.
Il dottor Riccardo Cazzuffi, 40 anni, penumologo in servizio all’ospedale Madre Teresa di Calcutta di Schiavonia (Padova).In alto e in copertina, il dottore con due infermiere: Giovanna Pinton, in centro, e Valentina Gaffo, a destra.

Resistere alla sofferenza ai tempi della pandemia, portare in corsia un sorriso in grado di arrivare al cuore dei pazienti, nonostante tute di protezione e dispositivi anti contagio. È ciò che ha fatto Riccardo Cazzuffi, 40 anni, medico pneumologo in servizio all’ospedale Madre Teresa di Calcutta di Schiavonia (Padova). L’ospedale è noto, insieme a quello di Codogno, per aver individuato i primi pazienti Covid. Forte di una fede profonda, caratterizzata da una sincera spiritualità mariana, maturata «a pane e Gmg, le mie sei anfore vuote che il Signore ha riempito attraverso Maria», Riccardo Cazzuffi ha mantenuto uno sguardo d’amore per i suoi pazienti in questo tempo difficile e complicato attingendo forza, equilibrio e pace interiore dall’affidamento alla Madre di Gesù. L’amore per la Vergine Maria è cresciuto e si è consolidato grazie ad un pellegrinaggio a Lourdes. Cazzuffi pensa a quella occasione di spiritualità come ad una “Dioincidenza”, che ha arricchito la sua visione di uomo e di medico a contatto con i sofferenti. Nell’agosto 2018, per tener fede a una promessa fatta a Massimo, suo amico e collega di reparto, scomparso prematuramente, Riccardo è partito per Lourdes con l’Unitalsi Triveneto, su invito della diocesi di Rovigo.

Al cospetto dell’Immacolata nella grotta di Lourdes, Riccardo si è sentito interrogato come uomo e come medico. Racconta: «Di quel pellegrinaggio porto a casa tre grandi ricordi.  Il primo è che mi sono sentito veramente piccolo davanti alla maestà di Maria; quel silenzio sotto la grotta ti invita a metterti in ascolto e ti sprona a  provare a essere umile come Bernadette, perché Maria parla agli umili e ai piccoli. Per quanto riguarda la mia professione di medico, agli occhi del mondo ricca di prestigio e importanza, la prima cosa che ho chiesto è di rendermi più umile sull’esempio di Bernadette nel rapporto con i miei pazienti. Ricordo un effetto silenzio stupendo, dove Maria e il Signore parlano ai cuori, ho chiesto ripetutamente l’umiltà di mettermi in ascolto. Il secondo ricordo che custodisco nel cuore e che mi è servito poi in questi tempi difficili di pandemia è il rapporto tra medico e paziente, che Lourdes e Maria ti aiutano ad improntare sempre con profonda umanità e rispetto per la sofferenza del malato. Per un medico diventa fondamentale “sentire quella carne sofferente”, come dice Papa Francesco, e trovare il giusto equilibrio tra preghiera e carità, costruendo la relazione con il paziente partendo dall’empatia. A Lourdes è tutto più facile, la vera sfida, ciò che chiede Maria ad un medico è che questo amore prosegua poi anche in corsia, nella vita di tutti i giorni, quando il pellegrinaggio è terminato. Nella pratica clinica si corre molto, bisogna dosare il tempo delle visite, a Lourdes, nel percorso verso la Grotta e verso le piscine, mentre si recita il Rosario, si recupera un rapporto diverso con chi soffre, fatto di racconti di vita intimi, profondi. In ultimo, porto con me il ricordo dei tanti compagni di viaggio, quelli già in Cielo, i sacerdoti, le nuove amicizie». 

 

Il dottor Riccardo Cazzuffi, quarto accosciato da sinistra, con i sanitari Unitalasi del TriVeneto nel
Il dottor Riccardo Cazzuffi, quarto accosciato da sinistra, con i sanitari Unitalasi del TriVeneto nel

Il medico, l’uomo di scienza, anche se credente, cosa ha pensato del grande mistero che caratterizza Lourdes? «È fondamentale coniugare il rigore scientifico nella valutazione dei casi con una profonda umiltà: alle volte la scienza deve arrendersi alla grazia di Dio, che opera a Lourdes attraverso Maria. Ci sono dei criteri rigorosi nella valutazione dei miracoli, ai quali è necessario attenersi, avere poi molta letteratura scientifica a disposizione ma anche pensare che a volte il mistero diviene possibile con la forza della preghiera e dell’affidamento alla Madonna e al Signore. Quando i miracoli nel senso specifico del termine non si verificano, ci sono comunque serenità, pace interiore e degli stati di grazia fisici, come per esempio una malattia che rallenta la sua progressione o non produce dolore o sintomi nel paziente. La forza della fede sta nel mistero di cuori che si aprono: Maria si apre all’uomo, Bernadette si è aperta a Maria e ha detto il suo sì, ognuno di noi può aprire il suo cuore al Cielo».

E i pazienti del dottor Cazzuffi  come vivono il rapporto con la Madre di Gesù? Conclude: «Maria è un faro per i malati, perché sanno che la Madonna c’è, anche quando magari noi ci dimentichiamo di Lei, la Vergine non si dimentica di noi. È una mamma che sempre fa sentire la sua amorevole presenza».

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