logo san paolo
martedì 30 novembre 2021
 
 

Giocare o videogiocare? Questo è il problema.

30/06/2013  Il tempo al videogame non dovrebbe superare i 30-45 minuti al giorno. Poi, meglio spegnere tutto e buttarsi su un libro, una palla, una bicicletta, un pupazzo, una bambola. Qualsiasi cosa, purché non sia dotata di uno schermo.

Se almeno uno dei vostri figli già frequenta la scuola primaria, allora di sicuro nella vostra famiglia c’è almeno un videogioco. E se avete un tablet di qualsiasi natura è quasi certo che i bambini di casa vostra saranno stati chi sa quante volte a giocare e intrattenersi con la tecnologia touchscreen, magari anche sollecitati da voi. E’ indubbio che i nostri figli sono dei nativi digitali, nati e cresciuti in un mondo popolato dalle nuove tecnologie e con esse devono imparare a convivere, prendendone il meglio ed evitando invece gli eventuali effetti collaterali.

Rispetto ai videogiochi, tutto il meglio che da essi può derivare è in funzione della qualità degli stessi e della quantità e modalità con cui vengono fruiti dai minori. Ci sono videogiochi adatti a specifiche età, con finalità anche educative e didattiche e quindi utili nel percorso di crescita di un minore. Ma come psicoterapeuta ed esperto di prevenzione in età evolutiva io vorrei discutere alcuni degli aspetti problematici associati alla presenza dei videogiochi nella vita dei più piccoli, su cui ritengo che i genitori debbano prestare una specifica attenzione educativa.

I videogiochi non si spengono da soli e propongono una possibilità di gioco che è praticamente illimitata e solo gli adulti possono dare a questo divertimento il tempo che merita: ovvero un tempo limitato. Tanto più limitato quanto più giovane è l’età del bambino. Fino ai dieci anni, infatti, il bambino ha bisogno di giocare per sviluppare tre diverse competenze: Relazionali-sociali, Espressivo-creativeCorporee-motorie.

I videogiochi non rispondono in modo adeguato a questi bisogni evolutivi. La relazionalità implicita nel loro utilizzo non prevede mai una situazione “faccia a faccia” ma sempre una triangolazione che mette lo schermo al centro dell’interazione, facendo perdere al bambino la capacità di sintonizzarsi sullo stato emotivo del compagno e di acquisire realmente competenze pro-sociali.

Anche le funzioni espressive e creative proposte dai videogiochi, per essendo in molti casi anche alquanto sviluppate, reclutano nel cervello del bambino circuiti neuronali ben diversi da quelli che la mente “artistica” necessiterebbe.  Mi spiego meglio: disegnare con i pennarelli su un foglio bianco e farlo invece su uno schermo attraverso un programma di computer graphic implica operazioni mentali completamente differenti. E al bambino piccolo serve molto più lasciare la sua impronta artistica su carta con materiali che deve imparare a manipolare e dosare, invece che su schermo dove le dita per creare qualcosa spesso devono interagire con un mouse o - nella modalità “touchscreen” - imprimere segni sul cristallo facendo attenzione a non danneggiarlo e a trattarlo con molta cura.

Infine l’aspetto motorio-corporeo: l’interazione con uno schermo blocca i movimenti del corpo. Se devi interagire con un joypad/stick/mouse e attraverso micromovimenti delle dita gestire ciò che succede su uno schermo di cristallo, devi necessariamente perdere il “contatto” con ciò che vive e che sente buona parte del tuo corpo e stare concentrato solo sulla superficie dei polpastrelli. La potenzialità motoria dell’intero corpo si esaurisce nello spazio di pochi centimetri quadrati di estensione.

E’ alla luce di queste osservazioni che come professionista dell’infanzia mi sento di dire: videogiochi sì, ma nella giusta quantità e adatti all’età dei vostri figli. Il tempo di gioco al giorno che non dovrebbe essere superato è intorno ai 30-45 minuti.

Terminati i quali si deve spegnere tutto e buttarsi su qualcos’altro: un libro, una palla, una bicicletta, un pupazzo, una bambola.

Qualsiasi altra cosa, purchè non sia dotata di uno schermo.

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo