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giovedì 01 ottobre 2020
 
Giornata del malato
 

La malattia e la sapienza del cuore

30/12/2014  Nel messaggio per la Giornata mondiale del malato, papa Francesco parla ai sofferenti, ma anche a coloro che sono vicini a chi è nella malattia. Per stare accanto ai malati ci vuole una sapienza del cuore che nasce dalla fede.

Un discorso per i malati, ma anche per quanti perano in ambito sanitario e sono direttamente a contatto con il dolore e la sofferenza. Per la Giornata mondiale del malato, che si celebrerà il prossimo 11 febbraio, papa Francesco ha diffuso il suo messaggio invitando tutti a meditare sul tema di quest'anno, tratto dal Libro di Giobbe: «Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo».
Una meditazione che, ha spiegato il Papa deve essere fatta con la sapienza del cuore. «Questa sapienza non è una conoscenza teorica, astratta, frutto di ragionamenti. Essa piuttosto, come la descrive san Giacomo nella sua Lettera, è "pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera". È dunque un atteggiamento infuso dallo Spirito Santo nella mente e nel cuore di chi sa aprirsi alla sofferenza dei fratelli e riconosce in essi l’immagine di Dio».
Il Pap aspiega che questa sapienza del cuore è un dono di Dio nel quale «possiamo riassumere i frutti della Giornata Mondiale del Malato».
Il primo è che la sapienza del cuore significa servire il fratello. «Nel discorso di Giobbe che contiene le parole "io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo", si evidenzia la dimensione di servizio ai bisognosi da parte di quest’uomo giusto, che gode di una certa autorità e ha un posto di riguardo tra gli anziani della città. La sua statura morale si manifesta nel servizio al povero che chiede aiuto, come pure nel prendersi cura dell’orfano e della vedova. Quanti cristiani anche oggi testimoniano, non con le parole, ma con la loro vita radicata in una fede genuina, di essere “occhi per il cieco” e “piedi per lo zoppo”! Persone che stanno vicino ai malati che hanno bisogno di un’assistenza continua, di un aiuto per lavarsi, per vestirsi, per nutrirsi. Questo servizio, specialmente quando si prolunga nel tempo, può diventare faticoso  e pesante. È relativamente facile servire per qualche giorno, ma è difficile accudire una persona per mesi o addirittura per anni, anche quando essa non è più in grado di ringraziare. E tuttavia, che grande cammino di santificazione è questo!».
Ma sapienza del cuore è anche stare con il fratello. «Il tempo passato accanto al malato è un tempo santo», dice il Papa. «È lode a Dio, che ci conforma all’immagine di suo Figlio, il quale "non è venuto per farsiservire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti"». Queste sorelle e questi fratelli malati, grazie alla vicinanza e all'affetto si sentono amati e confortati. «Quale grande menzogna invece», denuncia il Papa, «si nasconde dietro certe espressioni che insistono tanto sulla “qualità della vita”, per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute!».
Sapiena del cuore è uscire da sé verso il fratello. «Il nostro mondo dimentica a volte il valore speciale del tempo speso accanto al letto del malato, perché si è assillati dalla fretta, dalla frenesia del fare, del produrre, e si dimentica la dimensione della gratuità, del prendersi cura, del farsi carico dell’altro. In fondo, dietro questo atteggiamento c’è spesso una fede tiepida, che ha dimenticato quella parola del Signore che dice: "L’avete fatto a me".
Per il Papa «l'uscita da sé verso il fratello è uno dei due comandamenti principali che fondano ogni norma morale, il segno più chiaro per fare discernimento sul cammino di crescita spirituale in risposta alla donazione assolutamente gratuita di Dio».
Sapienza del cuore è essere solidali col fratello senza giudicarlo. «La carità ha bisogno di tempo. Tempo per curare i malati e tempo per visitarli. Tempo per stare accanto a loro come fecero gli amici di Giobbe: "Poi sedettero accanto a lui in terra, per sette giorni e sette notti. Nessuno gli rivolgeva una parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore". Ma gli amici di Giobbe nascondevano dentro di sé un giudizio negativo su di lui: pensavano che la sua sventura fosse la punizione di Dio per una sua colpa. Invece la vera carità è condivisione che non giudica, che non pretende di convertire l’altro; è libera da quella falsa umiltà che sotto sotto cerca approvazione e si compiace del bene fatto». Invece l'amore è totalmente gratuito, come quello di Dio. «E questa risposta d’amore al dramma del dolore umano, specialmente del dolore innocente, rimane per sempre impressa nel corpo di Cristo risorto, in quelle sue piaghe gloriose, che sono scandalo per la fede ma sono anche verifica della fede. Anche quando la malattia, la solitudine e l’inabilità hanno il sopravvento sulla nostra vita di donazione, l’esperienza del dolore può diventare luogo privilegiato della trasmissione della grazia e fonte per acquisire e rafforzare la sapientia cordis». Solo così, spiega infine papa Francesco, si può comprendere come Giobbe, alla fine della sua esperienza, abbia potuto dire a Dio: «Io ti conoscevo solo persentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto».

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