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giovedì 23 settembre 2021
 
Evasioni culturali
 

Giornata del teatro: quando a recitare sono i carcerati

26/03/2021  All'evento online "Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcere”, tante esperienze che coinvolgono in Italia 250 detenuti. Chi è costretto in prigione vive un eterno lockdown, ma può elevarsi e trovare un suo riscatto sul palcoscenico

Il teatro, inteso come mestiere e come spazio della mente prima che fisico, viene riportato alla sua dimensione essenziale, più alta, pura. E il carcere come laboratorio in continua evoluzione diventa la dimensione in cui gli attori-detenuti esprimono un’assoluta autenticità. Auspicando una riflessione sulla piena applicazione dell’articolo 27 della Costituzione italiana e un processo di ripensamento degli istituti di pena, delle loro funzioni e del rapporto tra il personale che vi opera e le persone detenute. Con il sogno di un teatro stabile all’interno del carcere di Volterra. Questo il senso dell’evento trasmesso oggi in diretta streaming “Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcere”, organizzato da Acri e condotto da Andrea Delogu, con il saluto conclusivo del ministro della cultura Dario Franceschini e con la partecipazione di Bernardo Petralia, capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che anticipa e celebra la Giornata Mondiale del Teatro. Il 27 marzo, in zona gialla, avrebbe dovuto esserci la tanto agognata riapertura in vista di un ritorno alla normalità, ma così non sarà.
L’iniziativa, per riflettere sul vero significato del teatro oggi, rientra nel progetto più ampio “Per Aspera ad Astra”, promosso sempre da Acri e sostenuto da dieci fondazioni associate, che da tre anni coinvolge 250 detenuti di dodici carceri italiane in percorsi di formazione artistica e professionale nei mestieri del teatro e nasce dall’esperienza ultratrentennale della Compagnia della Fortezza, guidata dal drammaturgo Armando Punzo.
«Il lavoro in carcere rischia sempre una retorica sconcertante. In realtà si tratta di un lavoro vero e proprio, al di là del valore innegabile della rieducazione e del reinserimento del detenuto nella società civile. Questi uomini e queste donne imparano prima di tutto un mestiere attraverso una formazione continua sul campo. C’è un’azione, chi diventa non solo drammaturgo, scenografo, attore ma anche costumista, truccatore, fonico, addetto alle luci», spiega Punzo. Non dimentichiamoci che La Compagnia della Fortezza ci ha consegnato un attore di talento, Aniello Arena. «Per Aspera ad Astra cerca di spiegarci una delle esperienze italiane più belle: portare la cultura e il teatro in carcere. Il carcere reale è metafora concreta del carcere più ampio in cui tutti viviamo. La pandemia ce lo ha insegnato molto bene».
La Compagnia della Fortezza e l’esperienza del teatro in carcere di Volterra ha dato vita a una rete nazionale di compagnie teatrali che operano negli istituti di pena condividendone l’approccio e la metodologia. «Durante il lockdown un po’ tutti ci siamo sentiti detenuti ed è maturata in noi l’urgenza di uscire per vedere uno spettacolo. In carcere questa fame di arte per colmare l’oblio è addirittura amplificata», commenta Enrico Casale della Compagnia Scarti. «Quando si fa teatro ci sono due luoghi: uno fisico e uno mentale. In carcere bisogna lavorare soprattutto sul luogo mentale, elevarsi al fatto teatrale. Il teatro non è un luogo fatto di pietra. Il teatro, se è vero teatro, si rigenera in luoghi estremi, impensabili».
Lo spazio mentale deve comandare anche per Francesco Profumo, presidente di Acri: «Gli attori lavorano oltre lo spazio, il teatro può e deve essere fatto ovunque. Punzo costruisce ogni anno una nuova primavera partendo da uno stesso seme. Non è più un progetto sperimentale ma di cultura che fa bene al sistema paese».
Per Kandji, attore della Compagnia della Fortezza: «La scoperta del teatro mi ha cambiato a livello umano e dell’apprendimento della lingua italiana. Ho cominciato ad ascoltare, a leggere, a capire, di sera, a letto. Prima pensavo poco e agivo tanto. Se in carcere respiriamo aria negativa, col teatro la tiriamo fuori e la trasformiamo in energia pura. Il teatro ci aiuta a diventare emotivi. Con Armando si lavora sulla fisicità, sui silenzi, le parole vengono dopo».
Il teatro genera un cambiamento e un luogo chiuso diventa un luogo aperto a tutti.  «La sua funzione primaria è politica e poetica. La cultura e l’arte sono un diritto di tutti e non solo degli artisti», dice Micaela Casalboni, del Teatro dell’Argine».
Per Giorgia Cardaci, attrice e vicepresidente Associazione Unita, che si è spesa per tante battaglie: «Bisogna far capire a chi ci governa la specificità del nostro lavoro attraverso un dialogo continuo, una piattaforma per risolvere le problematiche del settore anche dal punto di vista economico e della contrattazione. Siamo l’unico paese al mondo in cui l’audiovisivo non ha un contratto nazionale. Purtroppo ci sono ancora tanti lavoratori invisibili».

Un messaggio di speranza sulla riapertura degli spazi legati all’arte e alla cultura arriva dal ministro Dario Franceschini che il giorno dopo il Dantedì cita il sommo poeta all’uscita dall’Inferno: «E quindi uscimmo a riveder le stelle».

 
 
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