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domenica 16 maggio 2021
 
 

Centrafrica, dopo il golpe rischio islam

12/08/2013  Dopo il colpo di Stato di marzo, che ha portato al potere le fazioni riunite in Seleka, il rischio è il prevalere dell'islamismo. Il caos delle istituzioni, lo sfacelo dell'economia.

Michel Dyotodia.
Michel Dyotodia.

“Nessuna fede, sia essa cristiana o musulmana, permette la violenza, l'omicidio, il furto, il saccheggio, lo stupro. Se tutti i credenti rispettassero la legge di Dio, non ci sarebbe nessuna guerra”. Con questo messaggio, i leader religiosi della Repubblica Centrafricana hanno indetto per il 12 agosto, vigilia dell'indipendenza nazionale, una giornata di preghiera per la pace.

Un'iniziativa necessaria, perché da più parti si è cominciato a sottolineare l'elemento religioso del conflitto. «Il colpo di Stato non serviva a cambiare un regime, ma a islamizzare un Paese dove attualmente i cristiani sono il 60 per cento (30 per cento cattolici e 30 per cento protestanti) - afferma una fonte, che preferisce restare anonima -. Sono state colpite le missioni; le Bibbie calpestate; le chiese e le celebrazioni liturgiche pasquali sono state disturbate da ribelli armati entrati sparando. Data la collocazione strategica, questo territorio potrebbe diventare centro di irradiazione dell'Islam in tutta la regione dell'Africa sub-sahariana».

Ma il presidente Dyotodia (musulmano) ha gettato acqua sul fuoco del conflitto interreligioso: “Il Paese è laico - ha detto -. La laicità è il principio di separazione tra potere e religione. In Centrafrica lo Stato è imparziale e neutrale nei confronti delle diverse confessioni religiose, quindi non esiste una religione di Stato”.

Non c'è dubbio, però, che la situazione stia degenerando. A farne le spese è stato anche don Elysée Guedjande, direttore della Caritas locale che, il 19 luglio, nella capitale Bangui, è stato avvicinato da due uomini che gli hanno sparato a una gamba. Il sacerdote ha subito un intervento e ora si sta riprendendo, ma è evidente che l'insicurezza sta crescendo. «La popolazione - dice Maddalena Pretto, missionaria laica, impegnata dal 2002 nella catechesi in alcune parrocchie di Bangui - vive costantemente nel terrore dei saccheggi, degli spari, degli scontri, delle sevizie, della fame, perciò molti scelgono di abbandonare il Paese (l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha stimato 173mila civili in fuga), che è ridotto a un cumulo di rovine. Non esiste più nulla dell'apparato statale e della società civile: ministeri, prefetture, tribunali, anagrafe, banche, uffici privati, ditte, negozi... Tutto è stato depredato».

Da dicembre 2012, la Repubblica Centrafricana ha vissuto una situazione di instabilità, che ha raggiunto l'apice a marzo 2013 con un golpe che ha deposto il presidente Francois Bozizé, accusato di non aver rispettato gli accordi di pace del giugno 2008 a Libreville (Gabon), e di aver escluso dalla gestione politica del Paese i rappresentanti dei movimenti politico-militari firmatari degli stessi accordi. Tra cui Séléka (“l'Alleanza” fra tutte le fazioni dissidenti) che, il 24 marzo scorso, ha marciato su Bangui, conquistandola. La Séléka è composta in parte da ribelli centrafricani provenienti dal Nord-Est, regione a maggioranza islamica, ma soprattutto da tchadiani e sudanesi, oltre che da militanti addestrati nel Qatar; molti sono giovani attirati dal miraggio di denaro facile, molto violenti, senza un obiettivo politico condiviso. L'attrattiva, poi, delle enormi ricchezze del sottosuolo (petrolio, uranio, oro e diamanti) contribuisce ad aggravare l'instabilità nazionale.

Da allora, il Paese vive nell'anarchia, nonostante Michel Djotodia si sia autoproclamato presidente (e, successivamente, appena formatosi il governo di transizione guidato da Nicolas Tiangaye, anche ministro della difesa). Il primo agosto è iniziata la missione dell'Unione Africana che, una volta a regime, avrà sul terreno 3.500 uomini, per contribuire alla sicurezza. L'Ua ha anche concesso a Djotodia un periodo di transizione di 18 mesi, per poter organizzare nuove elezioni entro settembre 2014.

L'ex colonia francese, che conta appena 5 milioni di abitanti, è grande due volte l'Italia. Nella graduatoria dell'indice di sviluppo umano, si colloca al 179° posto su 187 Paesi. L'86,4% della gente vive in condizioni di estrema povertà e il 68,5% con meno di 1,25 dollari al giorno; il tasso di mortalità infantile è uno più alti in assoluto (112 decessi ogni 1.000 bambini nati vivi).

«Il Paese sarebbe molto ricco - dice Silvia Vienni di “Un raggio di luce”, onlus pistoiese, che nella Repubblica Centrafricana lavora dal 2006 e il cui rappresentante Paese, Giuseppe Baldi, è stato l'unico a rimanere anche durante il golpe di marzo -, ma è sempre stato abbandonato a sé stesso. Prima riserva di schiavi, poi preda di vari colpi di stato; nelle zone del nordest, più isolate e fuori dal controllo dell'esercito regolare, hanno sempre agito indisturbati gruppi di ribelli, che hanno contribuito a destabilizzare il territorio. Oggi, le strade sono devastate, la sanità non funziona, fatti salvi il centro pediatrico di Emergency, presente in capitale dal 2009, e il Bangui Community Hospital, supportato da Medici senza Frontiere. Tutto è in mano agli stranieri: dal commercio dei diamanti alle segherie. Ci sarebbe la terra, ma il sistema agricolo è medievale. Sul mercato centrafricano è più facile trovare prodotti cinesi che locali».





 
 
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