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Benessere

Giovanna Romanato, sorridere alla vita in un polmone d’acciaio

15/01/2016  È la sola persona in Italia a usare l’ingombrante apparato per respirare da oltre mezzo secolo, da quando all’età di dieci anni è stata colpita dalla poliomielite. Un’esistenza difficile, eppure intensa.

Giovanna Romanato è una persona unica e non solo perché è la sola in Italia a usare il polmone d’acciaio da quasi sessant’anni, da quando ne aveva dieci, appena dopo aver contratto la poliomielite. Nata nel 1946, è genovese, tifa Sampdoria e non si capacita della sua attitudine a tirare su di morale quelli che incontra. La sua storia è raccontata nel libro La farfalla nel bozzolo d’acciaio scritto dal giornalista Enzo Melillo, con la prefazione di Lorella Cuccarini, che offrono il ricavato a Giovanna. Scelta dettata dal fatto che lo Stato non copre nessuna delle spese sostenute. Giovanna, la prima volta che hai visto il polmone d’acciaio che cosa hai pensato? «Ho immaginato una creatura buona, anche se ero molto piccola ed eravamo in ospedale, perché ci respiravo dentro. Fuori facevo molta fatica per la poliomielite, che mi indeboliva. Lì dentro, invece, stavo meglio».

E sei rimasta in ospedale per diciassette mesi di fila...

«Sì, e poi sono tornata a casa respirando da sola. I medici del Gaslini di Genova, dove ero ricoverata, mi fecero riprendere a respirare autonomamente spegnendo il polmone d’acciaio per un minuto ogni ora e poi aumentando progressivamente. Facevo molta fatica, cambiavo colore in faccia e lacrimavo. Dico sempre che mi sembrava d’essere un pesce fuor d’acqua, anche se non sono mai stata un pesce e non so realmente come stanno i pesci fuori dall’acqua».

E avevi ripreso anche una buona autonomia motoria, vero?

  

«Sì, grazie alla fisioterapia e a un apposito corsetto riuscivo a muovere gli arti. Riuscivo perfino a camminare un po’ da sola. Avevo una vita quasi normale. Andavo a scuola, gli amici venivano a trovarmi e alla domenica spesso si usciva con la famiglia».

Finché il polmone d’acciaio non è tornato indispensabile, giusto?

«Esatto. Compiuti i quattordici anni ho avuto una ricaduta. Così sono tornata al Gaslini e ne sono uscita a diciotto anni passati. Ma mi hanno installato il polmone a casa per usarlo tutta la notte. Da allora non l’ho più abbandonato. Siamo cresciuti insieme. Lui è un vecchio rudere made in Usa.»

Riesci a uscire qualche volta?

  

«Non esco quasi mai perché siamo al quarto piano e non c’è l’ascensore. E poi per uscire bisogna organizzare un squadra perché, mentre fino a qualche anno fa riuscivo a respirare bene di giorno fuori dal polmone, oggi devo usare un apparecchio che mi aiuta. E questo ha bisogno di essere seguito».

Però hai un sacco di amici che vengono a trovarti e che si trovano molto bene con te, vero?

«Sì, non so che cosa trovino in me. Dicono di sentirsi bene a starmi a fianco. Che c’è qualcosa in me che li fa stare bene. Una sorta di segreto, ma io non so che cosa sia. A loro dico semplicemente che bisogna essere sempre contenti di quello che si ha».

E tu che cosa hai di più prezioso?

  

«Ho la vita. La vita è piena di cose belle: il mare, i monti, i fiori… Se non hai la vita ti perdi tutto. La vita è sempre un’esperienza emozionante».

Ma tu, con la tua serenità, non hai mai momenti di sconforto?

«Sì, a volte piango, ma poi passa pensando alle bellezze del mondo, agli amici, al mio gatto, che era della mia vicina e poi si è innamorato di me…».

Ecco, l’amore, ti posso chiedere se ti sei mai innamorata?

  

«Certo che sì. Sono stata e sono innamorata di una persona. Anche se con gli anni le cose si attenuano. Però l’amore è un sentimento per sempre. Non farmi dire di più».

Chi si occupa di aiutarti nelle tue esigenze di ogni giorno?

«Ho due badanti che mi aiutano giorno e notte e mi capiscono al volo. Basta un’occhiata per intenderci. Sono come una famiglia. Poi ci sono gli amici e mio fratello con mia cognata e i miei amatissimi nipoti».

Parlando di famiglia, te la senti di parlare di tua madre?

  

«Mia madre è stata una persona meravigliosa. Mi è sempre stata accanto. Papà lavorava e lei si occupava di me in tutto e per tutto. Praticamente viveva con me in ospedale, negli anni in cui ci sono stata. Tutta l’energia che ho dentro me l’ha trasmessa lei».

In tutta franchezza, se dovessi paragonarti a un animale a quale ti paragoneresti?

«Non ci ho mai pensato. È difficile a dirsi. Credo però che la farfalla da cui prende spunto il titolo del libro che parla di me mi si addica molto. Ecco, sì, io mi sento leggera come una farfalla».

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