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Il caso Giovinco e il calcio che non sa crescere talenti

19/01/2015  La fuga, ancora ufficiosa, di Giovinco verso il Canada per un sacco di soldi fa già discutere: troppo giovane per l'esilio dorato fuori dal calcio che conta? Ammesso che si possano discutere le scelte individuali, ci sarebbe anche una domanda da girare al campionato italiano.

In Canada l’hanno presentata come “l’offerta che non si può rifiutare” e forse è davvero così. Sebastian Giovinco, in arte “formica atomica”, sbarcherebbe a Toronto a 28 anni per una cifra che farebbe girare la testa a molti: tra ingaggio, bonus e gestione autonoma di diritti d’immagine, si parla di un'offerta da 8 milioni e mezzo a stagione. 

La destinazione, anche se al momento la Juventus non conferma, fa discutere, perché è di quelle che, fino a poco tempo fa, segnavano il temporaneo “buen retiro” delle vecchie glorie, prima del buco nero del ritiro definitivo: l’ultima isola in cui raccogliere quello che resta, dopo avere spremuto lo spremibile delle occasioni nel calcio che conta. Oltreoceano il calcio rende, ma al momento non conta. Fatta a 28 anni, quella scelta sarebbe insolita: un modo di afferrare l’occasione economicamente ghiotta sapendo di lasciare sul piatto altre ambizioni, in termini di risultati, un attimo dopo aver dimostrato alla Juve che non lo vuole più, di saper segnare ancora (doppietta rabbia in Coppa Italia, anche se di là c’era il Verona che non è esattamente il Real Madrid).

Si può pensarne ciò che si vuole, liberti tutti: chi di dire che per giudicare certe scelte bisognerebbe provare l’ebbrezza di vedersi passare davanti certi treni, chi di pensare che siano più romantici i Lucarelli, i Riva, i Di Natale. Resta una riflessione a monte, quella di un campionato italiano, che prima esalta, forse prematuramente, a parole i suoi giovani talenti, le sue promesse, cresciute in casa, ma troppo spesso, soprattutto nelle società di vertice, non dà loro le occasioni per mantenere: ci sono tante storie di ragazzi, di cui si diceva bene, finiti a vestire maglie prestigiose in panchina, luogo in cui per definizione ci si siede.

La domanda è da un milione di dollari: i giovani talenti del calcio italiano, prima troppo giovani per giocare e poi troppo inesperti per esplodere, sono solo talenti presunti e perciò stanno in panchina, o non sbocciano mai davvero  perché stanno troppo seduti lì, vedendosi passare davanti agli occhi il tempo che galoppa e con esso una carriera che appassisce senza sbocciare?

È difficile, se non impossibile dirlo, perché non c’è mai la controprova.  Si dice che su Giovinco avesse messo gli occhi la Fiorentina: Giovinco avrebbe potuto rimanere lì e dimostrare dal campo di avere mantenuto le promesse, ma con poche speranze di vincere cose importanti. Ha scelto, a quanto  pare, diversamente. Ha scelto, stando alle indiscrezioni, di andare altrove, in un posto che per molti è un cimitero degli elefanti, ma che,  per come si sono messe le cose, potrebbe essere anche l’unico posto in cui vincere il meglio che c’è in palio – anche se fuori dal mondo, dove delle Coppe che contano davvero neanche arriva l’eco -, esprimendosi fino in fondo per provare l'ebbrezza di sentirsi almeno lì il migliore di tutti, mettendo in tasca “l’offerta che non si può rifiutare”. 

Potrebbe essere l’annosa storia del giorno da leone là e dei cento da pecora qua. È il mercato, bellezze (compresa la sua quota d’impazzimento in termini di cifre assolute buttate nel pallone), è la libertà (compresa quella d’altri di ritenere che Giovinco farebbe meglio a restare).

E, comunque, vale la risposta che dava Giacinto Facchetti, quando gli si chiedeva se sarebbe stato capace di farsi espellere una sola volta in carriera anche nel calcio com’è diventato: “Erano altri tempi” rispondeva, “e sarebbe presuntuoso darsi arie da virtuoso senza essere stato messo alla prova”.    

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