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sabato 21 maggio 2022
 
 

Nibali vince neve. tappa e Giro

25/05/2013  Vincenzo Nibali s'afferma pedalando in montagna sotto sferzato dalla tormenta con un'impresa da leggenda, che riporta al ciclismo epico di un tempo, che sembrava perduto per sempre..

Vincenzo Nibali non correrà il Tour de France, al quale aveva dedicato la stagione 2012, finendo terzo, dietro agli inglesi “inediti” Wiggins e Froome. Per il 2013 ha scelto il Giro, ha vinto il Giro, ha esaltato il Giro, ha fatto vibrare la gente del Giro e il ciclismo italiano tutto. Oggi ancora una tappa, l’ultima, tradizionalmente ”innocua”, da Riese Pio X a Brescia, per festeggiare. Nibali è stato sfortunato: una bronchite gli ha tolto di corsa Wiggins, che aveva giurato di essersi dato quest’anno alle strade italiane per vincere, non per preparare il Tour. Sfortunato perché questo sontuoso Nibali, visto vittorioso nella cronoscalata alla Polsa e poi sulla salitissima che porta sin sotto alle Tre Cime di Lavaredo, meritava di avere il baronetto inglese come avversario, come ulteriore stimolo e parametro, e sicuramente poteva batterlo, stabilendo addirittura una nuova gerarchia nel ciclismo.

Sì, perché Nibali non ha ancora 29 anni, è integro, si è dosato sempre perfettamente dal 2005 del suo passaggio al professionismo, creandosi una carriera calibratissima, intelligente, con progressione regolare, con moto uniforme verso il successo e adesso anche la gloria. Terzo al Giro d’Italia nel 201i0, secondo nel 2011. Settimo al Tour de France nel 2009, terzo l’anno scorso. Primo nella Vuelta del 2010. Vincitore di prove a tappe nobili, un Giro del Trentino e due Tirreno-Adriatico, compresa quella di quest’anno. Non adatto alle corse di un giorno solo, si difende statisticamente con un terzo posto alla Milano-Sanremo ed un secondo alla Liegi-Bastogne-Liegi.

Al Giro aveva vinto prima di quest’anno solo una tappa, la cronoscalata del 2011. In questo 2013 ha vinto contro il cronometro e poi in linea, ha vinto sempre in salita, sotto la neve, nella tregenda atmosferica, nel miracolo umano delle Tre Cime di Lavaredo con la strada fasciata di gente fachira felice, nella sontuosità tecnica e atletica di una grande montagna visitata dalla neve, dal vento, dal freddo. Altra sfortuna gli aveva tolto venerdì il tappone di Gavia, Stelvio e Martello, annullato per neve eccessiva, invincibile, anomalia relativa se si pensa all’inverno che in tutta Italia sembra non avere data di scadenza. E’ stato costretto a gettare tutto su un appuntamento solo, poteva fallirlo, aveva il diritto di essere a priori angosciato dell’ineluttabilità del momento, vincere e stravincere o deludere, poteva sentirsi zavorrato da un’attesa generale che era per lui obbligo di tagliare il traguardo da primo.

Nibali è siciliano di Messina, sin troppo facile definirlo “lo Squalo dello stretto”. In realtà è un tipo quasi dolce, sereno, tutto moglie e figlia. Rispettato da tutti, lui che tutti rispetta. Mai impegnato a evidenziare la sua origine geografica, rara nel ciclismo, per farsi bello di essa, per esibire l’alibi di un handicap di radici ciclistiche classiche. E’ il primo “terrone” vero che vince il Giro, a meno di prender per buona, come valore e come geografia, la vittoria nel 2007 dell’abruzzese Danilo Di Luca. Un altro che Nibali ha avuto la sfortuna di avere compagno di strada in questo Giro: perché, assumendo epo ancor prima del via, mettendo poi nell’imbarazzo i suoi stessi dirigenti all’annuncio dell’esclusione dalla corsa, Di Luca, già condannato per doping nel passato e adesso a rischio di radiazione, ha offerto cibo buono per gli avvoltoi che vedono il ciclismo ormai ucciso dalla chimica proibita. E in qualche modo ha gettato ombra, la sua ombra, sulla corsa rosa, costringendo Nibali a vincere anche con rabbia, per fare scordare Di Luca, per rispondere a chi, in panciolle a casa, ha deciso ormai che sono tutti poveri cretini quelli che, numerosissimi sempre e quest’anno pià che mai, vanno sulle strade a veder passare i corridori ovviamente tutti dopati, si spostano in massa anche nella bufera di neve, spendendo in fatica, se pedalatori anch’essi, o in benzina e spesso anche in ore di non lavoro, molto più degli “sportivi” che vanno allo stadio per la partita di pallone.

Nibali quest’anno è passato dalla Liquigas all’Astana, la squadra dei petrodollari kazaki, guadagna come un calciatore bravo di serie A, cioè tanto per un ciclista, supererà i due milioni con i premi- che peraltro spesso vengono divisi con i compagni di squadra, di fatica. L’Italia non ha più sponsorizzazioni forti per trattenere i suoi migliori. L’Italia sadomasochisticamente gioca al gioco della irreversibile decadenza del ciclismo, quando questo sport non ha mai conosciuti i fasti mondiali di adesso, con tanti soldi di tante economie forti o emergenti, con la conquista ormai delle Americhe e dell’Australia e dell’immensa Europa dell’Est, con i primi accaparramenti di attenzioni e di partecipazione in Asia e persino in Africa, con la lingua inglese diventata necessaria se si pensa che al Giro, dove l’italiano e il francese bastavano eccome, hanno preso il via corridori di 54 nazionalità differenti, incluso un cinese. Nibali non meritava la tappa sospesa, non meritava Di Luca.

Ma detto questo dobbiamo dirci che forse noi non meritiamo Nibali: che è un faticatore puro e riservato, così estraneo al lassismo fisico oltre che etico e gaglioffo di troppa gente nostra di oggi, di quasi tutti noi. Adesso qualcuno cercherà di spingerlo al Tour (il via il 29 giugno, il tempo per riposare ci sarebbe), e magari gli chiederà insieme coraggio smodato e troppo sacrificio. Ma secondo noi il Nibali che prende la maglia rosa e poi la onora vincendo le due tappe più difficili della corsa tutta, il Nibali che emette sbuffi di fatica santa, fonemi di gioia onesta, e non proclami di forza, deve bastare assolutamente per l’entusiamo. In fondo per questo Giro si entusiasmano in Colombia i fans di Uran secondo e Betancour quinto, in Australia di Evans che ha già vinto quasi tutto e che a 36 anni finisce terzo. Ma attenzione: Nibali e non solo Nibali. Scarponi , 34 anni, è quarto, sempre bene presente in salita. E soprattutto due grandi tappe, compresa quella in Francia del Galibier un po’ mutilato dal maltempo, sono andate a Giovanni Visconti, nato casualmente a Torino ma sicilianissimo di Palermo, già tre volte campione d’Italia, già vittima di una grave depressione dalla quale è uscito pedalando, che in lingua italiese vuol anche e soprattutto dire faticando. Gian Paolo Ormezzano

 
 
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