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Talenti d'Italia
 

Albanese: ho fatto un sogno...

18/05/2014  Suonava, ma il pianoforte non c'era, racconta Giuseppe Albanese, giovane pianista pieno di talento e forza comunicativa, richiesto da tutti i teatri d'Italia. Così è nato il suo Cd: "Fantasia" con Beethoven, Schubert e Schumann.

Qui sopra e in alto: Giuseppe Albanese.
Qui sopra e in alto: Giuseppe Albanese.

Può il programma di un disco nascere da un sogno? Sì, se ad inciderlo è un pianista di 35 anni, italiano, dal talento straordinario, laureato in Filosofia e docente di “Metodologia della comunicazione musicale” all’Università di Messina a soli 25 anni.

Giuseppe Albanese è un altro dei tanti volti nuovi della musica italiana: nato a Reggio Calabria, ha già suonato nei più importanti auditori del mondo e vanta anche uno strano record: è stato ospitato per un concerto da ben 11 Teatri lirici del nostro Paese. Come in altre occasioni si è sottolineato per altri artisti, è uno dei musicisti italiani della nuova generazione in grado di farsi strada sulla scena internazionale. Ed è lui che spiega come è nato Fantasia, il suo primo Cd per la Dgg: “Ho fatto un sogno, un sogno strano. Suonavo in pubblico, ma mi rendevo conto che la gente non sentiva la musica prodotta dal mio pianoforte. Allora sono sceso fra il pubblico, ed ho visto che il mio piano non esisteva. Ed ho sentito il commento: questo pianista suona con la fantasia….. Da qui sono nati l’idea del disco ed il titolo”.

Un’idea che ha raccolto tre capolavori straordinari, legati da fili musicali, poetici ed espressivi particolari:
la Sonata Al chiaro di luna di Beethoven, la Fantasia Wanderer di Schubert e la Fantasia in do maggiore di Schumann. Sul libretto di presentazione le foto riproducono il sogno: Albanese muove le mani su un pianoforte immaginario. Ma se gli si chiede di parlare delle musica, spazia e viaggia con la mente per inanellare i molti significati di queste pagine. Non dimentica mai la Filosofia e gli studi umanistici: “Alla filosofia mi sono appassionato studiando i libri di Giovanni Reale al liceo”, spiega. “Ovviamente è stata essenziale per la mia formazione. Però ho sempre tenuto distinta la musica dalla Filosofia durante i miei studi: fino alla laurea. Perché per quella ho scelto una tesi su Liszt: ho sempre amato questo autore, perché ha scritto saggi, perché i contenuti della sua musica sono sempre alti, perché alla fine sono un pianista! Dopo l’Università ho anche pensato che la musica che abbiamo dentro dobbiamo farla conoscere, regalarla agli altri e non solo con l’esecuzione. Per questo ho insegnato: e per me è stato anche un modo per capire come comunicare con il pubblico. Come renderlo partecipe, coinvolgerlo. Soprattutto partendo da studenti che non sapevano nulla del linguaggio musicale. Ma arrivavano a capirlo”.

La cosa gli viene benissimo: quando parla del suo disco si siede spesso al pianoforte, accenna dei frammenti, crea dei collegamenti. Mostra un entusiasmo che trascina: lo stesso delle sue stupende esecuzioni, infiammate, passionali. “Mi piace trovare un tema per i miei concerti. E’ come allestire una mostra. In questo disco però c’è una componente molto tecnica. Perché i tre brani sono espressioni di forme che sono molto libere. Sono partito da Schumann, il cui studio corrisponde in me all’inizio della mia passione per la Filosofia. Del resto il pianoforte è lo strumento per eccellenza del romanticismo e dell’espressione del pensiero senza parole: in questo sono fortunato! Poi la Fantasia è adatta ai giovani: perché parte dall’amore dell’autore per Clara, e dalla sofferenza che gli ha causato. Ma Schumann e Schubert avevano entrambi gli occhi fissi su Beethoven. C’è un grande legame fra i tre autori. Ed i loro capolavori sono come scolpiti nella pietra. Espressivi, drammatici, ma scolpiti”.

E della famosissima Sonata di Beethoven cosa dice? “Il chiaro di luna come noto è un titolo posteriore, non voluto dall’autore. Ma in fondo un significato ce l’ha. Perché la sonata ha un timbro nuovo, colori particolari. E poi possiamo chiederci cosa fosse il chiaro di luna per Beethoven. E viene in mente la pittura di Friedrich, il simbolismo, i paesaggi romantici che sono paesaggi dell’anima. Insomma è una musica ben lontana dal rappresentare soltanto lo spasimare per una amata”. E’ una musica che ci fa affacciare sull’universo, aggiungiamo. E che Albanese ci fa riscoprire, sentendola nell’anima.

Sentiamo il musicista all'opera mentre suona Debussy.

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