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Giuseppe Pignatone: "Ora faccio il giudice in nome del Papa"

16/03/2020  In occasione della riforma dell'ordinamento giudiziario vaticano pubblichiamo su Famigliacristiana.it l'intervista concessa in esclusiva a Famiglia Cristiana all'indomani dell'inaugurazione dell'ultimo anno giudiziario dall'ex procuratore della Repubblica di Roma, oggi presidente del Tribunale dello Stato Città del Vaticano.

Il sole è già tramontato. Dentro le mura leonine è calato il silenzio come ogni sera, un fatto fisico che rende l’idea del rumore che fa ogni spillo che cade attorno alla basilica di San Pietro illuminata. Giuseppe Pignatone, al netto della scorta che lo accompagna dalla vita precedente (45 anni da magistrato requirente in prima linea per lo Stato italiano), è rimasto solo dentro il palazzo che ospita il Tribunale della Città del Vaticano di cui è stato nominato presidente il 3 ottobre scorso. Sabato 15 febbraio ha inaugurato il suo primo anno giudiziario nel nuovo ruolo. La prima volta con l’intervento del Papa. Un’altra vita, un altro Stato, stessa toga, anche se diversa per funzioni (non è più Pubblico ministero ma giudice) e nei dettagli: non cordoni dorati, ma profili rossi e abbottonata fino al collo come una talare.

Dottor Pignatone, la sua nomina è stata letta all’esterno come un messaggio di “severità” e “trasparenza”, semplificazioni mediatiche o c’è del vero?

«Non spetta a me interpretare i motivi che hanno suggerito la scelta, sicuramente si sarà tenuto conto della mia esperienza passata, ma qui faccio un altro lavoro: non sono più Pm, che qui si chiama promotore di Giustizia, ma giudice: nulla so delle indagini in corso, il mio compito ora è emettere sentenze. Tutto è accaduto velocemente. A sorpresa ho ricevuto dal segretario di Stato una richiesta – Che mi ha onorato e sorpreso - di una mia disponibilità a ricoprire l’incarico, ovviamente ho accettato e il decreto di nomina è arrivato in 15 giorni».

La decisione spetta direttamente al Papa, l’ha incontrato?

«Questa è una delle cose di cui non possiamo parlare, ma ci tengo a esprimere la mia gratitudine verso il Santo Padre per avermi scelto e la mia speranza di poter fare qualcosa di utile per il Papa e per la Chiesa».

Che si sappia lei è il primo magistrato ordinario in pensione a varcare le mura.

«Sì, siamo tutti laici, ma gli altri sono professori universitari e avvocati in servizio in Italia o a riposo. Le persone che ho trovato qui hanno grande spessore professionale e umano e fanno questo lavoro da anni, hanno maturato grande esperienza. Ciascuno di noi porta il proprio bagaglio, il mio è particolare: ho sempre fatto il magistrato, in prevalenza in ambiti di contrasto alla mafia e ai grandi reati economici. Ma una delle cose più affascinanti nel nostro mestiere e nella vita è il confronto tra esperienze diverse: se la sinergia riesce, si aumenta in modo esponenziale il risultato positivo».

Può spiegare di che cosa si occupa il Tribunale che presiede, neppure tra i cattolici tutti hanno le idee chiare?

«È il Tribunale di primo grado in materia civile e penale per fatti avvenuti nel territorio limitatissimo dello Stato Città del Vaticano, esclusi gli ambiti matrimoniale (che spetta alla Rota romana ndr.) e del lavoro. Nel 2013, però, il Papa ha previsto la competenza del Tribunale vaticano anche per i delitti commessi, all’estero, da pubblici ufficiali al servizio dello Stato abusando dei poteri e violando i doveri inerenti alle loro funzioni. In questi casi, di solito procede lo Stato in cui il delitto avviene, ma il Pontefice ha voluto rispondere a un’esigenza di giustizia alta, affermando che interviene comunque anche la competenza del Vaticano».

Quali sfide si pongono al giudice che passa da una Repubblica che ha la Costituzione come faro a uno Stato, particolare, in cui la prima fonte del diritto è il diritto canonico?

«Da un lato lo Stato vaticano guarda, come prima fonte normativa e primo criterio di riferimento interpretativo, all’ordinamento canonico, che regola la vita della comunità ecclesiale, avendo come fine ultimoil bene dei fedeli e la salvezza delle anime, dall’altro lato, si relaziona con gli altri Stati del mondo nel contesto di una società globalizzata. Per questo da una decina d’anni ma soprattutto con Papa Francesco, lo Stato Vaticano ha recepito con proprie leggi, il contenuto delle convenzioni internazionali più importanti sottoscritte dalla Santa Sede, in materia di riciclaggio, corruzione, protezione dei minori, crimini contro l’umanità, contrasto al terrorismo. Applicare queste norme relative ai problemi più attuali, avendo come riferimento i nostri valori frutto di una civiltà millenaria, è una sfida appassionante e non facile».

Ci sono elementi di continuità tra i due ordinamenti?

«Qui vigono codici antichi e leggi modernissime anche tecnicamente, alcune più avanzate di quelle italiane: l’autoriciclaggio è stato introdotto in Vaticano prima che in Italia. Da un altro punto di vista, in molti nodi cruciali, come la dignità della persona, tra Italia e Vaticano ci sono sintonie di fondo: l’articolo 27 della Costituzione sul tema della funzione rieducativa della pena si inserisce pienamente nella visione cattolica, tanto che nel 2013 Papa Francesco ha voluto l’abolizione dell’ergastolo. Anche in Vaticano, poi, vige la presunzione di innocenza».

Che cosa significa, nello Stato laico di prima e ora che il problema in quei termini non si pone, essere magistrato cristiano o, se preferisce, magistrato e cristiano?

«Io credo che l’essere magistrato, specie nei tempi e nei contesti in cui l’ho vissuto io, sia un’esperienza nella quale non puoi che mettere tutto te stesso: cultura, preparazione, ideali, esperienze e, ovviamente, anche la fede religiosa, se sei credente, non come pezzi separati, ma appunto come persona nella sua interezza. Questo si manifesta nell’interpretazione della norma, nel rapporto con le persone, vittime e imputati, e in ogni altro aspetto dell’attività. Come magistrato italiano ho esercitato questa libertà con il solo ovvio limite di dover applicare le leggi e non crearne di nuove a mio piacere. In Vaticano la mia esperienza è solo all’inizio, ma non credo che cambierà nulla sotto questo punto, dato che i magistrati in Vaticano dipendono sì gerarchicamente dal Papa che è sovrano assoluto dello Stato, ma nelle loro decisioni sono anche qui “soggetti soltanto alla legge”. Le stesse parole che usa la Costituzione».

Come ci si confronta con l’evangelico “Non giudicate…”

«Non sono un teologo ma escluderei che il passo evangelico parli di abolire i tribunali, credo che si riferisca al rapporto tra le persone, tanto che poi continua invitando a guardare la trave nel proprio occhio anziché la pagliuzza in quello altrui. Del resto lo stesso Papa Francesco si è rivolto ai magistrati italiani definendo prezioso il loro compito di discernimento e giudizio, invitandoli a rispettare la dignità dell’uomo e ricordando che uno sguardo attento alla persona riesce a cogliere la verità in modo ancora più autentico».

Nel lavoro quel monito ha una sua declinazione?

«Ogni magistrato deve sempre sentire l’enorme responsabilità di giudicare un altro uomo, nella consapevolezza dei limiti di ogni giustizia umana. Anche se qui i fatti da giudicare sono, per fortuna, pochissimo numerosi e meno gravi di tanti incontrati nella mia esperienza pregressa, la responsabilità non è minore,perché le sentenze si emettono in nome del Pontefice e perché quello che avviene in questo Stato piccolissimo ha rilevanza in tutto il mondo».

(Intervista uscita su Famiglia Cristiana n.8/2020 del 23 febbraio 2020

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