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giovedì 15 aprile 2021
 
Iraq e persecuzioni
 

«Giustizia per i cristiani, più pace per tutti»

02/04/2015  Parla il Patriarca Louis Raphaël I Sako: Iraq, i profughi, l’Isis, le guerre del Medio Oriente, i rapporti con i musulmani e tra le Chiese.

Nato a Zakho (Iraq) nel 1948, il patriarca Sako ha studiato Patrologia orientale  al Pontificio istituto orientale di Roma e Storia alla Sorbona  di Parigi (Reuters).
Nato a Zakho (Iraq) nel 1948, il patriarca Sako ha studiato Patrologia orientale al Pontificio istituto orientale di Roma e Storia alla Sorbona di Parigi (Reuters).

«E' vero, adesso a Baghdad va un po’ meglio, scoppiano meno bombe e ci sono meno morti. Ma solo perché sono tutti impegnati con l’Isis». Ritrovo in Sua Beatitudine Louis Raphaël I Sako, Patriarca della Chiesa cattolica caldea dell’Iraq, lo spirito e la forza che nell’autunno del 2002 avevo notato in don Louis Sako, parroco della Chiesa del perpetuo soccorso a Mosul. Mi aveva ricevuto e, indifferente all’accompagnatore-spia che il regime di Saddam Hussein imponeva ai giornalisti, aveva raccontato le speranze degli iracheni per la fine della dittatura e il futuro del Paese.

Pochi mesi dopo, Mosul fu una delle prima città a essere liberate. Ma tredici anni dopo, il parroco diventato Patriarca porta il peso di ciò che poteva essere e non è stato. «I cristiani iracheni», dice, «oggi non sanno più nulla. Nulla del futuro, ma nemmeno del presente. Tutto è precario, indefinito, domina l’anarchia psicologica».

Nel luglio del 2014, subito dopo la caduta di Mosul nelle mani dei jihadisti, lei scrisse una lettera molto dura all’Onu, chiedendo un intervento. L’azione della coalizione internazionale contro l’Isis non sta restituendo un minimo di fiducia?

«La strategia dei bombardamenti non è una cosa seria, lo stesso Obama a suo tempo ha parlato di almeno tre anni di incursioni. E intanto che cosa facciamo dei cristiani, degli iracheni? Lo sanno tutti che per vincere l’Isis è necessario intervenire sul terreno con i soldati, ma questo non si fa, e per una ragione molto semplice: nessuno vuole davvero eliminare l’Isis, tutti mirano solo a spartirsi il Medio Oriente e le sue risorse. E a questo progetto anche l’Isis può servire».

Questo vale anche per la guerra del 2003 contro Saddam Hussein?

«Certo. Non a caso, dopo ognuna di queste guerre l’Occidente cresce e il Medio Oriente arretra, si frantuma, impoverisce. Nel caso particolare dell’Iraq, l’avvento dell’Isis è conseguenza diretta della guerra del 2003 e degli errori che sono stati commessi nella gestione del Paese dopo la fine della dittatura. Quello che bisognava perseguire allora, e che manca ancora adesso, è un accordo politico tra i gruppi etnici iracheni: curdi, sunniti, sciiti. Senza un patto di pacificazione nazionale non si andrà da nessuna parte. Ma purtroppo gli americani preferirono puntare sul settarismo e sulle rivalità religiose, ed ecco i risultati».

L’Isis sembrava ormai in crisi in Iraq, poi si è quasi impadronito della Libia e ha attaccato in Tunisia. Si sta quindi allargando?

«Sì, ed è tuttora aiutato a farlo. Per condurre certe campagne o mettere a segno certi attentati occorrono armi, soldi, addestramento… Qualcuno glieli fornisce, è chiaro».

Lei sta per parlare all’assemblea dell’Onu. Che cosa dirà ai 193 Paesi?

«Che il mondo soffre per mancanza di giustizia, per il divario enorme tra ricchi e poveri. E che i capi religiosi devono sottrarsi ai particolarismi, ai settarismi che sono la rovina dei popoli e, in primo luogo, delle minoranze etniche e religiose, le più indifese. Sono due concetti strettamente legati e lo si vede proprio in Medio Oriente: la regione diventa sempre più misera e così il settarismo religioso per molti si trasforma anche in un modo per difendersi, per reagire all’ingiustizia. All’estremità di questo processo, il jihadismo diventa un ideale per cui morire, pur se perverso: non a caso promette ai martiri un paradiso intriso di superstizione e magia che è, però, l’esatto opposto della miseria che molti vivono sulla terra».

Per i cristiani dell’Iraq e del Medio Oriente è un’altra Pasqua di passione e sofferenza. Sentite la solidarietà delle altre parti del mondo oppure vi sentite abbandonati?

«La solidarietà delle Chiese è stata ed è grande, hanno fatto davvero molto per noi. Non finiremo mai di ringraziare i fratelli cristiani delle altre parti del mondo. Ma non possiamo dire la stessa cosa a livello politico. I Paesi secolarizzati, come molti tra quelli europei, sono indifferenti alla sorte dei cristiani. Quando parlano di diritti, e ne parlano molto, pensano solo ai propri. Mentre la vita dell’uomo va rispettata ovunque, e ovunque le va data la possibilità di fiorire libera e sicura».

Ma in Paesi come l’Iraq o la Siria, per fare solo due esempi, è credibile che cristiani e musulmani possano tornare a vivere fianco a fianco, dopo tanti soprusi subiti dagli uni e compiuti dagli altri proprio in nome della diversa fede?

«Il rischio, oggi, non è l’estinzione dei cristiani in Iraq, in Siria o in tutto il Medio Oriente. Ci sarà sempre chi vuole restare, chi non si lascerà cacciare a nessun costo. Il vero pericolo è la riduzione a presenza meramente simbolica, ornamentale, mentre in tutti i nostri Paesi i cristiani, anche quando scarsi di numero, sono sempre stati un’élite apprezzata da tutti e considerata preziosa, ben inserita negli ingranaggi della società e dello Stato. La maggioranza dei musulmani è pacifica ma è ostaggio della minoranza estremista o jihadista, che riesce a terrorizzare tutti. L’unica strada è che musulmani e cristiani comincino a lavorare insieme, in concreto, tutti i giorni, per respingere questa deriva».

Mi perdoni, Sua Beatitudine, ma alla luce di quanto accade sembra che avvenga proprio il contrario. E che la speranza si riduca, invece di crescere…

«Non sono d’accordo. Oggi ci confrontiamo con la guerra, con un nemico chiamato Isis e dobbiamo affrontare e risolvere questo problema. Le ho detto come si dovrebbe fare, secondo me. Ma la soluzione definitiva alle sofferenze dei cristiani e dei popoli del Medio Oriente si può trovare solo attraverso la politica e la religione. Per prima cosa bisogna creare degli Stati moderni e civili, basati sulla separazione tra Chiesa e Stato. Io sono iracheno, non cristiano o musulmano, e i miei diritti devono dipendere dalla cittadinanza, non dall’appartenenza religiosa. Quindi leggi scritte sulla base di questo principio, tribunali che le fanno applicare per difendere questo principio, e così via. In Medio Oriente, invece, da più di un secolo è scomparsa l’idea stessa di cittadinanza. Per cui tutto ribolle, tutti i gruppi lottano e si combattono per ritagliarsi più spazio e potere».

E dal punto di vista della religione e delle organizzazioni religiose?

«Una volta affermato il criterio-cardine della cittadinanza, e il corretto rapporto tra Chiesa e Stato, bisognerà ovviamente impostare in modo diverso i programmi dell’educazione e dell’istruzione, nel rispetto di tutti per tutti, nell’accettazione delle diversità che hanno fatto la civiltà dei nostri Paesi. La scuola sarà decisiva per crescere giovani nuovi, che studino la storia e capiscano il valore della memoria collettiva e condivisa. Tutto il contrario, per capirci, di quanto fa l’Isis quando distrugge le vestigia del passato iracheno, islamiche e non, solo perché non corrispondono alla loro idea di islam. Mi creda, i musulmani e le loro autorità religiose di base capiscono tutto questo e si rendono conto di quanto male all’islam faccia il fondamentalismo. Noi dobbiamo aiutarle ad avere meno paura».

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