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venerdì 22 novembre 2019
 
 

Questi ragazzi non sono una generazione perduta

13/11/2013  Don Caludio Burgio, vice-cappellano del carcere minorile di Milano, ci racconta i giovani di oggi, lui che di questi ragazzi conosce nomi, cognomi, problemi, sogni e speranze.

Davanti al fenomeno delle “baby squillo” cerchiamo di raccontare una intera generazione attraverso gli occhi di chi conosce questi ragazzi uno per uno, con nomi, cognomi, problemi, sogni e speranze. Don Caludio Burgio, vice-cappellano del carcere minorile di Milano da anni e fondatore, presidente di Kayros una Associazione non profit che opera nel campo del disagio minorile e della promozione delle risorse giovanili.

È davvero una generazione perduta?
«Assolutamente no, semmai è una generazione che ha perso i riferimenti adulti spesso fuorvianti e fuorviati. Un adolescente, anche che vive queste esperienze, resta fragile e incosciente come è proprio della sua età; non sa cosa siano l’amore, la legalità, il sesso pur praticandolo. E queste ragazzine, nello specifico, sono apparentemente protagoniste ma nella realtà vittime del delirio di onnipotenza dato dall’avere soldi in mano. È una generazione sprovveduta, fragile che non riesce a capire i significati profondi della vita. La loro è una sessualità che non ha nulla a che fare con l’etica, facilitata dal web che ti permette di non comprometterti di faccia, in prima persona».

C’è qualcosa che è cambiato in maniera radicale?
«Le famiglie. Questi sono ragazzi che provengono da famiglie molto “affettive”; si è passati dalle famiglie normative a quelle affettive e questo ha scatenato problematiche nuove. Il familismo non permette più di distinguere i ruoli, ma è una parità che mischia i piani e li confonde. In questo senso l’adolescente non ha più un riferimento preciso. Oggi questo familismo affettivo impedisce all’adolescente di trovare figure adulte autorevoli».

Lei è cappellano del carcere minorile. Come sono i ragazzi che conosce?
«Sono ragazzi che non hanno scontri, ma che arrivano al Beccaria con storia di forte complicità con le loro famiglie. Lo scontro sulle regole non avviene più all’interno del nucleo originario e questi giovani sentono di avere il mondo in mano».

Chi sono i veri responsabili?
«Una generazione di adulti che deve ritrovare un ruolo autorevole senza ritornare al modello “padre padrone” ma attraverso vie nuove che facciano interiorizzare le regole non con l’imposizione ma con l’esempio. E la società che ha sostituito l’etica con l’estetica. I nostri sono ragazzi che vivono di immagine, che debuttando nella società già con la pressione di essere all’altezza e che quando sbagliano compiono reati per raggiungere un successo sociale. È necessario quanto prima tornare a un’etica non imposta né raccontata ma testimoniata dagli adulti alle nuove generazioni».

 
 
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