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venerdì 03 dicembre 2021
 
 

Gli aiuti umanitari al tempo della crisi

25/11/2013  A cosa e a chi servono gli interventi delle grandi e piccole ong nei territori di conflitto? Un convegno di Intersos e Rete Link 2007.

Guerre, sempre e ovunque. Dall'ex Jugoslavia all'Afghanistan, dall'Irak alla Somalia, dal Sudan al Libano passando per Libia, Mali e Siria e le decine di conflitti dimenticati in ogni angolo del mondo. Intersos e Rete Link 2007 hanno provato a cambiare punto di vista, non interrogandosi per una volta sugli interessi in gioco, ma ribaltando gli interrogativi per mettere al centro la prospettiva di chi realizza interventi umanitari e di chi li riceve. A cosa servono gli aiuti? Non rischiano di tramutarsi  in alibi per l'impotenza della politica e della comunità internazionale? E ancora, non sono oggetto di un uso strumentale da parte degli Stati? Non c'è la possibilità che siano a loro volta sorgente di conflitti? Cosa ne pensano le persone e le comunità afflitte da crisi ed emergenze?

«L'iniziativa politica - raccontano i responsabili di Intersos - per prevenire, contenere, risolvere le controversie prima che si trasformino in crisi devastanti sembra essersi rattrappita. Gli ultimi 20 anni, in particolare, confermano una generale perdita di peso e di capacità di agire della politica. Gli Stati paiono esitare o assumono posizioni legate ai propri interessi e alle proprie convenienze più che alla volontà di contribuire alla soluzione dei problemi. Le istituzioni internazionali, e non di rado la stessa Unione Europea, rimangono paralizzate e talvolta sono costrette ad avallare decisioni unilaterali, spesso a carattere militare, decise al loro esterno. Anche l'enfasi data all'intervento militare serve talvolta a coprire insufficienze della politica e la mancanza di visioni di lungo respiro».

«Viste dall'interno, le crisi impongono una rinnovata adesione ai principi umanitari di neutralità, di imparzialità e di indipendenza degli aiuti e di chi vi provvede. Non ci sono vittime buone e vittime cattive, ma persone che soffrono  e che quasi sempre, prima del conflitto, convivevano e coabitavano. In questi contesti vi sono espressioni della società civile - non sufficientemente considerata dai decisori internazionali - che se sostenute e rafforzate potrebbero contribuire al ritrovamento di canali di dialogo e di pacificazione».

 
 
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