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Gli imprenditori: «Bisogna fare sistema»

05/08/2013  Con il mercato interno bloccato, i produttori dell'abbigliamento presenti al MRket di New York guardano all'America in vista della ripresa. E molti sottolineano: «Serve maggiore coordinamento»

Al MRket di New York, la principale fiera americana per l’abbigliamento da uomo, serpeggia un certo malcontento tra gli oltre cinquanta produttori italiani di abiti, cravatte scarpe e accessori. 

Un disagio che viene da lontano e che né la ripresa del mercato americano nel proprio settore (un ottimo 18 per cento in più nei primi 5 mesi del 2013 rispetto all’anno scorso) né lo sforzo organizzativo delle istituzioni per aiutarli a cavalcarla, riescono più di tanto a stemperare.  

«L’Italia ormai è un disastro, bisogna trovare sbocchi fuori», dice Giuliano Ferrante, imprenditore tessile di Pescara. «A parte i contributi che ci sono ogni tanto per fare le fiere, però, lo stato non aiuta granché: ad esempio non fa nulla per abbassare il costo del lavoro che, da noi, incide in modo spropositato».  

Alcuni, come Umberto Vallati, produttore di maglieria di San Benedetto del Tronto, in America ci stanno tornando, con la speranza di una ripresa: «Ci aspettiamo grandi cose. E comunque basterebbe recuperare i clienti lasciati dieci anni fa».  

In verità è dura per tutti, anche per chi rappresenta aziende note e consolidate, come Antonella Ricevuti, direttore commerciale di una ditta italiana leader per Cashmere e fibre naturali: «Pur di restare su questo mercato abbiamo fatto sacrifici, anche ritoccando i prezzi verso il basso, cosa che di solito non facciamo mai», ammette. «Adesso però siamo pronti, almeno per i prossimi tre anni». E alla domanda sul sostegno delle istituzioni risponde diplomatica: «In fiera sono anche bravi, ma fuori da qui…». 

La smentisce (o almeno ci prova) Claudio Marenzi, presidente di Sistema Moda Italia, la federazione di settore aderente a Confindustria. «In Francia più che un sistema di aziende c’è un regime di oligopolio», spiega, «dove fondamentalmente tre grandi gruppi si stanno comprando tutti gli altri».  
Lo incontriamo ad un’evento-seminario tenuto nelle sede newyorchese (situata a due passi dalla borsa di Wall Street) di Banca Intesa San Paolo che con l’associazione ha appena stretto un accordo per agevolare gli esportatori, medi e piccoli in particolare, dal punto di vista creditizio.    

Marenzi ne ha un po’ per tutti: lo Stato in primis: «l’enorme cuneo fiscale ci penalizza rispetto non solo ai paesi emergenti ma anche a quelli maturi come gli Stati Uniti: dai politici non ci aspettiamo miracoli, ma almeno cominciassero da interventi che non costano nulla, tipo snellire la burocrazia». Poi passa a bacchettare le banche: «Devono prestare attenzione a quelle realtà che non considerano più “bancabili”, e che, invece, compongono una parte enorme della nostra economia: se cadono i piccoli poi si innesca una catena che travolge tutti».  

Ma sulla forza imprenditoriale dell’Italia non ha dubbi: «Siamo l’unico paese occidentale avanzato ad avere un “sistema” vero e proprio; il problema è che la nostra realtà è molto frastagliata, fatta di piccole aziende e di distretti specializzati, di alta qualità, tradizione antica, ma spesso poco coordinati tra loro. Ormai, però fare sistema è un'esigenza», conclude «dobbiamo riuscirci per forza non abbiamo veramente scelta».   

Gli fa eco il vice console generale italiano di New York, Dino Sorrentino, mentre per il secondo anno consecutivo visita simbolicamente uno per uno gli stand sfavillanti e multicolore dell’eleganza Made in Italy: «Diciamo che l’individualismo è un vantaggio, ma questa fiera da la conferma visuale che ci si può anche unire sotto un unico ombrello».   E magari, perché no, dall’Italia si può venire con l’ombrello già aperto.

«Il consorzio secondo me è la formula vincente», dice Giuliano Rubini. «Una ditta che fattura 10 milioni l’anno ha un impatto limitato: con cinque ditte, messe insieme, i milioni diventano 50, i costi comuni si abbattono e diversificando i prodotti magari si riesce anche a vestire il cliente dalla testa ai piedi».  

Multimedia
L'orgoglio italiano al MRket di New York
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