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martedì 27 luglio 2021
 
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Gli industriali tendono una mano ai sindacati: "Siamo in economia di guerra, occorre tregua sociale"

12/10/2020  Le parole del neo presidente di Confindustria Carlo Bonomi e del suo successore Spada: mai una crisi così dai tempi del Conflitto mondiale ma possiamo farcela. «Non è il momento di fare scioperi. I soldi nelle tasche dei lavoratori vanno messi ma in modo intelligente»

Il presidente di Assolombarda Alessandro Spada.
Il presidente di Assolombarda Alessandro Spada.

Quella di Assolombarda, la più potente associazione confindustriale d’Italia (nel solo triangolo Milano-Brianza-Pavia si concentra il 13 per cento del Pil pari a 204 miliardid i euro e il 13 per cento dell’export), è la prima che si svolge in tempi di Covid. La location all’interno dell’Hangar di Linate dà un senso di insicurezza quasi paradossale. Come se gli imprenditori volessero spiccare il volo per i cinque continenti, ma non possono farlo in tempi di pandemia. E infatti le parole del suo neopresidente Alessandro Spada (successore di Carlo Bonomi, assurto alla guida dell’associazione nazionale degli imprenditori) non lasciano spazio a fraintendimenti. Siamo in crisi. Crisi nera. Crisi da tempi di guerra. «Nel corso del 2020, soprattutto nei primi mesi dell’anno», esordisce Spada, «la crescita dell’interscambio di persone e di merci da un lato all’altro del pianeta, che ha caratterizzato l’ultimo mezzo secolo, ha trovato una brusca interruzione. Siamo davanti a una crisi senza precedenti per l’Italia. E affrontiamo una recessione di portata storica per la Lombardia».

La voglia di impresa c’è. «Ma», aggiunge subito il leader di Assolombarda, «la distanza dai livelli pre-Covid è ancora ingente e il recupero è molto disomogeneo tra settori e territori. Pesa, in particolare, l’incertezza nella domanda, sia nel contesto interno sia in quello estero». Ma attenzione: «la globalizzazione sta vivendo uno stress test, ma non si fermerà. Non esiste nessun piccolo mondo antico cui tornare, riportando indietro le lancette. Ora abbiamo il compito di convivere con grandi sfide globali e con rischi sistemici, di convivere con l’imprevisto, di affrontare quei rischi che sono il ventre molle della globalizzazione. Nessuno può isolarsi».

Nessuno, parafrasando Roosvelt, deve avere paura, la prima cosa da temere: «In questo nuovo scenario, la fiducia è la base della crescita. La ricostruzione di un tessuto di fiducia è quindi un vero e proprio imperativo, per le istituzioni, per le imprese, per tutti i corpi sociali». Poi Spada rende maggio all’Unione europea, per far capire da che parte stanno gli industriali, magari per placare i malumori di coloro che in questo momento gradirebbero svalutare la nostra liretta per favorire le esportazioni: «Senza l’Europa non avremmo la capacità per partecipare a un confronto mondiale che si gioca su scala sempre più ampia, nella demografia, nel commercio, nella tecnologia. Oggi, l’Italia ha buone ragioni per tornare a credere nel progetto europeo, per scommettere nella svolta degli ultimi mesi. Perché tra gli Stati membri è emersa una nuova consapevolezza: non si può uscire da una crisi di proporzioni inedite senza investimenti comuni, senza responsabilità condivise».

Non dobbiamo dimenticare che sulla strada della ricostruzione ci sono le centinaia di miliardi del Recovery Fund il grande piano di rilancio europeo: «Infrastrutture, digitalizzazione, ammortizzatori sociali, scuola, sanità ed economia green, sono investimenti che non possiamo più rimandare. Per noi e per il Paese». Fa un discroso di lunghe vedute Spada, parla di formazione, di giovani da non tenere in panchina, di donne da valorizzare, di scuola come prima risorsa, di infrastrutture (e la scuola, dice, è la prima infrastruttura.

Anche il leader di Confindustria Bonomi parla di economia di guerra. «Sabato abbiamo presentato i dati del nostro centro studi con le previsioni del Pil. Siamo tornati indietro con numeri da guerra eppure c'è un rimbalzo grazie alla manifattura industriale. Ed io dico: non fermate la locomotiva dell'industria italiana». A lui il compito di tendere la mano ai sindacati.

 «La strada giusta è quella di sedersi al tavolo e parlarsi. Non è il momento di fare scioperi. I soldi nelle tasche dei lavoratori vanno messi ma in modo intelligente», ha proseguito Bonomi. «Se poi al sindacato Welfare formazione non interessa lo dica e troviamo una soluzione. Ci sediamo ad un tavolo e ragioniamo. Di tutto abbiamo bisogno tranne che di scioperi». Un invito alla tregua sociale.

«Se stiamo perdendo circa il 10% del Pil è ovvio che gli aumenti devono essere legati agli accordi del 2018 che stabiliscono il trattamento economico minimo legato all'inflazione. Se l'inflazione è bassa non è colpa di Confindustria, e poi c'è il trattamento economico complessivo che verteva su previdenza integrativa, Welfare e formazione», ha aggiunto il presidente di Confindustria. «Se ai sindacati questi temi non interessano, e vuole solo aumenti del salario indipendenti, non è un problema, lo dicano. Dicano che gli accordi di due anni fa non gli vanno più bene, ci sediamo a un tavolo e si ragiona».

Per Bonomi «questo è il momento di fare le riforme. Questa è l'occasione di fare le riforme per avere un Paese normale e non fatto di commissari. Noi vogliamo un Paese normale», ha detto ancora. Bonomi non fa alcun accenno a quel che potrebbe accadere a gennaio del 2021, quando scadrà il vincolo governativo a non licenziare. Ieri un fosco editoriale di Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera, preannunciava nubi molto fosche all’orizzonte. Che accadrà il prossimo inverno? La rinuncia degli imprenditori a lasciare a casa i lavoratori fa parte della tregua? Questo Bonomi non lo dice.

 

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