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lunedì 03 ottobre 2022
 
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Gli interpreti accusati di "collaborazionismo"

11/02/2014  Tanti giovani afghani lavorano come interpreti per la missione Isaf e temono ritorsioni quando, entro la fine del 2014, i militari stranieri lasceranno il Paese.

La sede del Prt (Provincial Reconstruction Team) dopo l'esplosione del 30 maggio 2011. In copertina: un'operazione congiunta dei militari afghani e italiani (foto di Romina Gobbo).
La sede del Prt (Provincial Reconstruction Team) dopo l'esplosione del 30 maggio 2011. In copertina: un'operazione congiunta dei militari afghani e italiani (foto di Romina Gobbo).

Si chiamano Ghulam, Mohammad, Mannan, Ahmad, Ali, Rahman. Hanno dai 22 ai 34 anni. Per lo più sono sposati, con figli, alcuni hanno anche la famiglia di origine a carico e sono, per lo più famiglie numerose. Guadagnano sulle 700 euro al mese. Parlano dari, pashtun, inglese e qualcuno anche l'italiano. Sono alcuni degli interpreti che lavorano con la missione Isaf, a Herat.

Traducono simultaneamente i discorsi delle autorità, assistono giornalisti poco poliglotti, fungono da intermediari tra i rappresentanti del Prt (Provincial Reconstruction Team: una struttura mista, composta da militari e civili, che supporta le attività di ricostruzione delle organizzazioni afghane e internazionali in settori quali la sanità, l'istruzione, le infrastrutture) italiano e la popolazione, quando si tratta di stilare nuovi progetti, in modo che corrispondano alle esigenze locali.

«Il popolo ci riconosce e si fida di noi», dice Ghulam. D'altra parte, anche i “datori di lavoro” si fidano ciecamente. Anche perché, i più stanno con Isaf da quando la missione è iniziata. Mannan oggi ha 22 anni, ma ne aveva 12, quando, prima gli americani e poi gli italiani lo hanno praticamente adottato. «Papà lavorava alla mensa americana, ma è morto. Così hanno ingaggiato me, per darmi un'opportunità. Neppure adolescente, mi sono ritrovato capofamiglia. Mezza giornata studiavo, l'altra mezza lavoravo».

Ma c'è anche chi ha visto la morte in faccia perché, là dove i militari sono un bersaglio, lo sono anche quanti stanno con loro. «Il 30 maggio 2011, alle 11, un'autobomba ha colpito la vecchia sede del PRT italiano, mentre stavamo facendo un briefing, e io sono rimasto ferito (due potenti esplosioni seguite da un conflitto a fuoco causarono il ferimento di quindici italiani, la morte di cinque poliziotti afghani, oltre a numerosi altri feriti tra i civili, ndr). Ho preso una pietra in testa e sulla spalla. Mi è andata fin troppo bene, potevo morire, perché l'esplosione è stata terribile».

Per tutti loro si pone il problema del futuro. Che cosa succederà dopo il 2014? La paura è duplice. Non c'è solo la questione economica, di perdere un lavoro pagato quattro volte tanto uno stipendio medio da insegnante, ma c'è anche il timore di ritorsioni. I talebani non sono teneri con quanti hanno aiutato gli “invasori stranieri”. E' già accaduto, che qualche interprete abbia fatto una brutta fine. Qualcun altro è stato minacciato. Anche perché si tratta di volti noti, comparsi in mille foto sulle pagine dei giornali locali e sui media internazionali, accanto al ministro o al generale di turno. Per chiedere al Governo protezione, gli interpreti e altro personale che lavora con Isaf, hanno anche organizzato una manifestazione. «Alla disoccupazione possiamo cercare di far fronte, ma la sicurezza della famiglia è sopra ogni cosa - dice Rahman -. I miei figli vanno a scuola tutti i giorni, e sono conosciuti. Sono preoccupato per loro. Per questo, tutti noi, abbiamo chiesto di poter essere accolti in Europa. Amo il mio Paese, ma con la paura non si può vivere. Spero, però, di poter vedere un giorno un Afghanistan stabilizzato, autonomo, in pace, affinché sia garantito il futuro alle nuove generazioni».

 
 
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