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domenica 19 settembre 2021
 
 

Gli studenti che insultano i parlamentari contrari alle nozze gay

11/11/2013  Alla Scuola media statale "Gramsci" di Settimo Torinese gli alunni dodicenni portano in scena uno spettacolo teatrale dove interpretano i politici buoni, favorevoli al riconoscimento delle coppie omosessuali, e quelli cattivi che hanno nomi molto eloquenti: Paura, Disprezzo, Pregiudizio, Disparità, Diversità ed Esclusione. Alla fine i buoni vincono e i "diritti" trionfano...

Si dice che la scuola debba essere un territorio neutrale rispetto al dibattito politico. Questo in teoria. In pratica, però, spesso accade esattamente il contrario. Prendiamo il caso, sollevato per primo dal sociologo Massimo Introvigne, della scuola media statale “Antonio Gramsci” di Settimo Torinese, hinterland est di Torino.

Pochi giorni fa gli alunni della classe II B del plesso Gobetti  sono stati i protagonisti di un evento curato dalla Compagnia 3001. Di cosa si trattava? «La classe», si leggeva sul sito www.direfarenondiscriminare.com, «ha voluto allestire una riflessione teatrale come restituzione al tema trattato nel primo incontro relativo alla discriminazione in base all’orientamento sessuale».

Fino a qualche giorno fa sul sito era pubblicato anche il copione dello strano spettacolo, ora sparito. Copione che, in sostanza, prevede che alcuni bambini dodicenni interpretino la parte dei parlamentari pro e contro il riconoscimento delle unioni civili tra persone dello stesso sesso con relative argomentazioni. Da una parte ci sono i politici “buoni”, cioè a favore, dall’altra quelli “cattivi”, contrari, che hanno nomi che sono tutto un programma: Paura, Disprezzo, Pregiudizio, Disparità, Diversità ed Esclusione.

All’inizio c’è un bambino che afferma: «Dichiaro aperta la seduta. “In base all’articolo 3 della nostra Costituzione io propongo di riconoscere giuridicamente le unioni civili tra persone dello stesso sesso”. Seguiamo l’esempio dei nostri vicini europei (Francia, Spagna, Regno Unito)…». Un’altra piccola parlamentare interviene a favore: «Sono d’accordo! Dobbiamo combattere ogni forma di discriminazione… Tutti devono sentirsi tutelati dalla nostra Costituzione, nessuno può venire escluso perché sceglie di amare una persona del suo stesso sesso». E c’è anche la bambina che fa la parte della parlamentare cattiva: «Io, invece, non sono d’accordo! L’unico matrimonio possibile è quello eterosessuale e l’unica famiglia degna di tale nome è formata da mamma e papà, non da papà e papà o mamma e mamma… e poi cari colleghi pensiamo alle cose serie… l’economia per esempio. Stiamo solo perdendo tempo…».
Interviene un’altra parlamentare buona: «Non è accettabile che, in un paese che si dichiara moderno, le coppie gay non vedano riconosciuti pienamente i loro diritti… il loro amore è forse di serie B? Chi siamo noi per decidere cosa è giusto e cosa non lo è ?». Poi è la volta del parlamentare maschio cattivo, sempre interpretato da uno dei dodicenni: «E già, magari, ora approviamo anche una legge che permetta ai gay di adottare dei figli… È un’unione contro natura… ma cosa state dicendo?!! Non sono d’accordo!».

Segue il voto finale. I buoni prevalgono sui cattivi e la legge alla fine passa. Non – è il messaggio implicito – come succede nel Parlamento vero dove i cattivi si mettono di traverso e impediscono all’Italia di fare un salto di qualità nel riconoscimento dei “diritti civili”. Alla fine interviene il Presidente della Repubblica – interpretato da una bambina – e  proclama: «Sono orgogliosa di essere il Presidente di un Paese come l’Italia che ha dimostrato di essere uno Stato civile, rispettoso e garante dei diritti di tutti, senza nessuna distinzione. Oggi l’Italia ha mantenuto una promessa: quella dell’eguaglianza… Dichiaro valida la legge che riconosce giuridicamente le unioni civili tra le persone dello stesso sesso!».

Et voilà. L’associazione Compagnia 3001 per i suoi progetti contro le discriminazioni ha ricevuto anche finanziamenti pubblici: 50.000 euro dalla Regione Piemonte con il bando sulle pari opportunità per la «diffusione della cultura di parità».

 
 
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