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Gli ultranazionalisti ebrei hanno Israele nel mirino

06/08/2015  Contro i palestinesi, i cristiani, gli ebrei laici. Ultranazionalisti e ultraortodossi vogliono in realtà cambiare la natura dello Stato ebraico. E Netanyahu...

Una manifestazione in Israele contro la politica degli insediamenti (Reuters).
Una manifestazione in Israele contro la politica degli insediamenti (Reuters).

Molti degli amici di Israele (compresi quelli sinceri e in buona fede, gli amici di professione e i puri e semplici fanatici) compiono in questi giorni, dopo l’assassinio del piccolo palestinese Alì da parte di un gruppo di coloni ultranazionalisti, un errore a mio avviso drammatico. Credendo di usare un argomento “forte”, ricordano, in contrapposizione al delitto dei coloni, la strage di Itamar, compiuta l’11 marzo del 2011 da due cugini palestinesi, Amjad e Hakim Awad.

A Itamar, un insediamento israeliano in Cisgiordania, i due Awad si introdussero nella casa della famiglia Fogel dove sorpresero nel sonno e uccisero il padre Ehud, la madre Ruth e tre dei loro sei figli: Yoav di 11 anni, Elad di 4 e il neonato Hadas, di soli tre mesi. Hadas, secondo le indagini compiute dopo il massacro, fu decapitato.

Chi riesce a non provare orrore di fronte a un fatto simile? Ma usarlo per sostenere che i palestinesi esaltarono quel massacro (e non è del tutto vero: l’Autorità Palestinese lo condannò subito, a esaltarlo furono le Brigate Al Aqsa, un movimento terroristico) e che invece Israele punirà i “suoi” terroristi, è, secondo me, un autogol. Per diverse ragioni.

1. la destra israeliana (o filo-israeliana, è lo stesso) perde se si paragona ai palestinesi: non è proprio lei, la destra, a spiegarci tutti i giorni che non solo la Palestina non è uno Stato ma i palestinesi non sono nemmeno un popolo? Millenni di cultura ebraica e 67 anni di Stato di Israele sarebbero quindi serviti a potersi paragonare a un non-Stato e a un non-popolo?

2. il conto dei bambini non andrebbe fatto, è crudele e meschino. Ma se proprio lo si vuol fare, è impossibile non tenere in conto, per fare un esempio, gli oltre 500 bambini uccisi a Gaza durante l’ultima guerra. Quella guerra per cui l’Onu sospetta sia Israele sia Hamas di aver commesso dei crimini di guerra (le responsabilità israeliane, per l’Onu, derivano dalla mancata revisione “della pratica dei raid aerei, neanche dopo che i loro effetti sui civili divennero evidenti”; il che, sempre secondo l’Onu,  “solleva la questione se questa fosse parte di una politica più ampia approvata, almeno tacitamente, dai più alti livelli del Governo israeliano”). Tante cose sono incerte ma una è sicura, e dovrebbe esserlo anche per gli amici di Israele: i bambini di Gaza non sono meno morti, anzi, meno ingiustamente morti di Alì o dei piccoli Fogel solo perché a ucciderli sono state bombe di un’aviazione di Stato o proiettili di un esercito di Stato.

Tra l’altro, l’esercito israeliano si è auto-assolto dall’uccisione di 4 bambini palestinesi che giocavano a calcio sulla spiaggia di Gaza (16 luglio 2014, nei primi giorni di Protective Edge) stabilendo che si era trattato di “un errore di identità” e che quindi i responsabili non andavano perseguiti. Quali garanzie vi possono essere, allora, che nei 51 giorni della guerra lo stesso esercito non abbia compiuto altri “errori di identità” ai danni di tanti altri bambini?

3. ma il punto più importante, secondo me, è che con quanto succede negli ultimi tempi in Israele i palestinesi non c’entrano nulla. O, per essere più precisi: c’entrano come tutti quelli che non sono israeliani ultranazionalisti e ultraortodossi. Nel giro di due settimane, infatti, la cronaca ci ha parlato di violenze contro i cristiani (incendio della chiesa della Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci a Taghba, con i colpevoli arrestati), contro i palestinesi (l’attacco con le molotov contro la casa del piccolo Alì) e contro gli israeliani ebrei laici che seguivano il corteo del gay pride (uccisa Shira Banki, 16 anni, israeliana, e altre sei persone ferite, l’assassino catturato sul posto). Cari amici di Israele, soprattuto quelli presunti: nella testa di questi pazzi, chiunque non sia come loro è un possibile bersaglio, sia esso cristiano, musulmano o ebreo.

Bisogna essere amici di Israele e degli israeliani molto deboli (oppure amici di professione, quindi limitati) per non capire che questa deriva oltranzista fa danno solo a Israele e a quegli equilibrii quasi miracolosi che ne hanno fatto finora uno Stato ebraico ma anche multietnico, multireligioso e democratico. Questa gente, gli ultranazionalisti usciti dalle colonie che bruciano le chiese o tirano le molotov, gli ultraortodossi che accoltellano i ragazzi ebrei, a lungo blanditi, stanno cominciando a passare alla cassa. E il loro primo obiettivo non è combattere i palestinesi ma cambiare la natura di Israele. Ne sa qualcosa anche il presidente Rivlin, minacciato dopo aver preso posizione contro il “terrorismo ebraico”. Strano che gli amici di Israele, veri o presunti, non se ne rendano conto.

Abbiamo bisogno di un altro Stato teocratico e ultranazionalista in Medio Oriente? Non era proprio questa (non essere teocratico né ultranazionalista) la radice dell’eccezionalità di Israele? Allora facciamo attenzione, perché questi fanatici stanno passando alla cassa. Purtroppo hanno scelto bene il momento, quello in cui è in carica un Governo che deve la sua stessa esistenza alla deriva ultranazionalista abbracciata dal premier Netanyahu con l’approvazione della “legge sulla cittadinanza”, nel novembre scorso, e il proposito di trasformare Israele da “Stato ebraico” a Stato di proprietà degli ebrei, con tutti gli altri ridotti al rango di cittadini di seconda classe. Allora, per gli amici di Israele che se lo fossero dimenticato, furono proprio i bombaroli e gli accoltellatori di questi giorni, e i loro rappresentanti politici nella Knesset, a esultare.

 

 

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