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sabato 24 febbraio 2024
 
TRA FICTION E REALTÀ
 

Goffredo Mameli, la storia vera dell'autore dell'inno nazionale

12/02/2024  Storia, idee, curiosità di un simbolo del Risorgimento, passato più alla storia che al canone della letteratura. Al suo nome è legato il Canto degli italiani, titolo con cui compose il testo di quello che è diventato l'inno nazionale italiano. Ecco la vicenda reale che ha ispirato la fiction "Mameli, il ragazzo che sognò l'Italia"

Figlio di Giorgio, ammiraglio della Marina Sarda e della marchesa Adelaide Zoagli Lomellini, discendente di una famiglia genovese d’antico lignaggio, Goffredo Mameli nasce nel 1827 in una casa frequentata da intellettuali genovesi, in cui viene inizialmente educato. Tra i suoi precettori c’è Michel Giuseppe Canale, sospettato di simpatie mazziniane. A una scuola vera e propria arriva soltanto a 13 anni nel Collegio di Carcare di Savona delle Scuole Pie dell’Ordine Calasanziano, dove studia retorica sotto la guida del padre scolopio Agostino Muraglia e dove mostra un qualche embrionale interesse per la poesia e la composizione di versi. Nel 1842 si iscrive a Filosofia a Genova, corso che all’epoca era considerato propedeutico agli studi universitari, dove si fa notare per lo spirito ribelle. Di lì viene ammesso quattro anni dopo alla facoltà di Lettere alla quale risulta iscritto fino al 6 dicembre 1847.

Nell’ambiente universitario entra in contatto con la società Entelema, fondata a Chiavari nel 1846, inizialmente per dibattere di storia e letteratura ma ben presto destinata a virare verso temi politici e a riunire le istanze dei giovani democratici genovesi. È in quel contesto che Mameli inizia a frequentare seguaci di Giuseppe Mazzini tra loro Nino Bixio. A seguito delle dimostrazioni a favore dell’amnistia di Pio IX, Mameli aderisce al Comitato dell’Ordine, impegnato a chiedere, con più moderazione rispetto a quanto non facciano le masse popolari, riforme liberali per il Regno di Sardegna.

La prima esecuzione del Canto degli italiani

Nel corso delle manifestazioni che il Comitato promuove per accogliere Carlo Alberto, come riformatore, nell’ottobre del 1847, si sente per la prima volta per le strade di Genova il canto Fratelli d’Italia. Le manifestazioni continuano, chiedono riforme più avanzate come la libertà di stampa e l’istituzione di una guardia nazionale: il 10 dicembre, un corteo di 30mila persone sale al Santuario mariano di Oregina, per commemorare, in chiave antiaustriaca e risorgimentale, lo scioglimento del voto religioso che un secolo prima i genovesi avevano stretto invocando la liberazione della città dai tedeschi. Per la prima volta si esegue, con gli strumenti della banda di Sestri Ponente Casimiro Corradi, ufficialmente il canto degli italiani. Tra i più attivi nella manifestazione a sventolare il tricolore, pur proibito dal governo, c’è il giovane Mameli che ha composto versi da recitare nell’occasione.

Tra i moti del 1848, con Mazzini e Garibaldi

  

All’inizio del 1848 il fermento cresce e si propaga in luoghi diversi: Napoli ottiene la Costituzione, Carlo Alberto concede lo statuto al Regno di Sardegna. Il 19 marzo, quando giunge la notizia dell’insurrezione a Milano, Mameli con 300 volontari va in soccorso agli insorti. Tra Piemonte e Lombardia, sul Gravellone, si unisce al gruppo di Nino Bixio. Giungono a Milano tra il 23 e il 24 marzo e si aggregano alla legione dei volontari di Giuseppe Torreri, passato alla storia come il Generale Torrès, avventuroso portoghese prestato a molte insurrezioni in giro per l’Europa, dalla Grecia al Belgio. Mameli ottiene il grado di capitano. Partecipa alle Cinque giornate. In agosto dopo la caduta di Milano e l’armistizio Salasco, Mameli torna a Genova. Entra nel Circolo Italiano, che raccoglie mazziniani e i liberali moderati; collabora a "Il Pensiero italiano" e pubblica il "Canto di guerra", composto per invito di Mazzini. Presta aiuto a Garibaldi arrivato a Genova a organizzare volontari. Diventa direttore del Diario del popolo e scrive e compone numerosi testi che fanno opinione a sostegno degli ideali risorgimentali e di Giuseppe Mazzini in particolare, lavorando anche a un certo punto per mettere pace in un dissidio tra Mazzini e Garibaldi .

 

FERITO IN BATTAGLIA SUL GIANICOLO

Si muove tra Genova e Roma dove nel 1949 prende le armi in difesa della Repubblica Romana, combatte a Palestrina e a Velletri, il 3 giugno viene ferito a una gamba, dalla baionetta di un commilitone, al Gianicolo, guadagna il grado di capitano dello Stato maggiore ma la ferita si infetta, l’amputazione non riuscirà a salvarlo. Muore il 6 luglio, 1849 a 22 anni. Per una curiosa coincidenza lo stesso giorno il ministro dell’Interno del regno di Sardegna scriverà al commissario regio di Genova vietando l’ingresso nel territorio del Regno di tutti i difensori della Repubblica romana. Tra i nomi banditi con Mazzini, Garibaldi, Bixio c’è quello di Mameli.

LE ORIGINI DI FRATELLI D'ITALIA

  

L’inno con il titolo Il canto degli italiani l’inno di Mameli viene composto dal giovane patriota risorgimentale genovese nel 1847 e musicato a Torino da Michele Novaro, anch’egli genovese. Nato nel 1818 Novaro nel 1847 si trova a Torino come secondo tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e Carignano. Di idee liberali musica diversi canti patriottici e organizza spettacoli per raccogliere fondi a favore dei Garibaldi e delle sue cause. La fama del suo inno non gli renderà nulla, al ritorno a Genova vent’anni dopo si dedicherà anima e corpo a una scuola corale popolare, morendo in povertà nel 1885. Il monumento funebre che lo accoglie nel cimitero di Staglieno, accanto alle spoglie mazziniane, è un omaggio dei suoi allievi.

La testimonianza più nota dell’incontro tra testo e musica è quella resa, non senza retorica e gusto risorgimentale anch’essa, molti anni più tardi, da Anton Giulio Barrili, patriota e poeta, amico e biografo di Mameli e riportata sul sito del Quirinale. «In quel mezzo entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse Borzino, l'egregio pittore che tutti i miei genovesi rammentano. Giungeva egli appunto da Genova; e voltosi al Novaro, con un foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto: - To' gli disse; te lo manda Goffredo. - Il Novaro apre il foglietto, legge, si commuove. Gli chiedono tutti cos'è; gli fan ressa d'attorno. - Una cosa stupenda! - esclama il maestro; e legge ad alta voce, e solleva ad entusiasmo tutto il suo uditorio. - Io sentii - mi diceva il Maestro nell'aprile del '75, avendogli io chiesto notizie dell'Inno, per una commemorazione che dovevo tenere del Mameli - io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo. Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all'inno, mettendo giù frasi melodiche, l'un sull'altra, ma lungi le mille miglia dall'idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po' in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c'era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d'un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l'originale dell'inno Fratelli d'Italia».

PIÙ STORIA CHE LETTERATURA, IL RUOLO DI VERDI

Il testo dell’Inno, con i suoi versi pari e la sua retorica cadenzata, che risente del gusto poetico dell’epoca risorgimentale che lo rende inconfondibile ma anche molto connotato storicamente e stilisticamente, è passato alle antologie letterarie più per il suo valore storico/simbolico che per quello letterario, senza mai guadagnarsi un posto nel canone della letteratura con la maiuscola. Curioso il fatto che nei siti che internet, che rappresentano la versione moderna del prontuario Bignami vecchia maniera, ricorra un errore di metrica, in cui si scambia per un quinario l’ultimo verso di ogni strofa dell’inno, laddove in realtà si tratta di un senario, come gli altri, ma tronco (accentato sull’ultima sillaba) anziché piano (accentato sulla penultima). Più duratura fortuna ha avuto il testo nella versione musicata, tanto da imporsi come inno d’Italia, molto prima di diventarlo ufficialmente. Ne era ben consapevole Giuseppe Verdi che, richiesto di comporre, un Inno delle Nazioni per L’Esposizione Universale del 1862 a Londra, optò per una cantata su testo di Arrigo Boito, che includeva le note della Marsigliese, di God save the King. In teoria avrebbe dovuto scegliere per l’Italia la Marcia reale allora Inno del Regno d’Italia, ma scrisse a Tito Ricordi una lettera in cui si legge: «Parigi, 22 Marzo 1862 Car.mo Tito, […] ti prego di mandarmi l’Inno d’Italia che fu fatto, credo, nel 1848. Il motivo è questo... (segue il primo rigo musicale di Fratelli d’Italia, ndr)», una scelta che certo rivelava le simpatie politiche del Maestro ma anche certificava il ruolo simbolico che quel brano aveva spontaneamente acquisito.

UN'INNO PROVISORIO PER 71 ANNI

  

Quando si pose il problema di adottare un inno per la neonata Repubblica, il Consiglio dei ministri del 12 ottobre 1946, presieduto da Alcide De Gasperi, acconsentì all'uso dell'inno di Mameli come inno nazionale provvisorio della Repubblica Italiana. Quella provvisorietà è caduta soltanto quando, con la legge 181 del 4 dicembre 2017, la Repubblica ha riconosciuto definitivamente il testo del "Canto degli italiani" di Goffredo Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro quale proprio inno nazionale. Dopo che era stato insegnato per 71 anni nelle scuole e dopo aver accompagnato per altrettanti le cerimonie istituzionali della Repubblica e i successi sportivi azzurri sui campi di gara di tutto il mondo, dove si canta però solo la prima delle cinque strofe che lo compongono.

PROPOSTE BIZZARRE DI CAMBIAMENTO

Negli anni non sono mancati i tentativi di “cambiare” l’inno provvisorio, tra le proposte che si sono fatte avanti, c’è stata quella di sostituirlo con il Va’ pensiero, il coro del Nabucco, il più celebre tra i brani d’opera verdiani, trascurandone però il significato di lamento per la patria perduta da parte del popolo ebraico schiavo in Egitto. Una proposta bizzarra, ancorché musicalmente di valore, che ancora nel 2023 in teatro a Busseto il maestro Riccardo Muti bollava così: « "È il coro di un popolo che è schiavo, lontano dalla sua terra. In Italia l'ignoranza è così grave che per anni si è discusso se metterlo come inno nazionale».

Multimedia
A Sanrermo il cast di "Mameli": le immagini in anteprima della mini serie sull'autore dell'inno
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