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Sharia in Europa, un dibattito che scuote la Gran Bretagna

16/11/2016  La Gran Bretagna ammette da tempo gli Sharia council, spazi di mediazione interni alla comunità islamica per questioni religiose: luoghi di diritti o di discriminazioni? La questione sta facendo discutere. La Francia ha scelto l'assimilazione, ma non sempre funziona. L'Italia sta applicando una terza via che abbiamo provato a descrivere con un caso esemplare e l'analisi di un esperto nei tre articoli del dossier.

Qualche mese fa il dibattito sul burkini e relativa legge facevano discutere la Francia e di lì il mondo.  Da qualche tempo, in Inghilterra, si discute invece della riforma ed ed eventuale chiusura degli sharia council, luoghi di mediazione, se non veri e propri tribunali, in cui si concilia tra questioni sulla carta interne alla religione islamica, ma che rischiano di impattare – dato che si tratta in prevalenza di scioglimento di matrimoni islamici e di questioni di eredità - sulla legge civile inglese.  

In Gran Bretagna gli sharia council esistono da tempo e sono figli dell’approccio multiculturale inglese, in questo senso opposto a quello assimilazionista francese. La grande questione è se e quanto questi spazi di mediazione possano portare a confliggere con i principi fondamentali del diritto inglese e in generale delle democrazie pluraliste occidentali, quanto e fino a che punto possano, cioè, aprire in Gran Bretagna spazi alla sharia e con essi eventuali spazi di diritto “impari” per uomini e donne.

Ci si confronta da un lato con il pericolo di legalizzare, lasciando spazi troppo aperti, discriminazioni e di ledere diritti dei singoli più deboli all'interno della famiglia, dall'altro con il rischio di ghettizzare, chiudendo, e di aprire sacche di assenza di diritti tout court. 

«Gli sharia council» – scrive Paola Parolari in Culture, diritto, diritti. Diversità culturale e diritti fondamentali negli Stati costituzionali di diritto –  «si occupano prevalentemente di questioni di diritto di famiglia. In particolare offrono servizi di mediazione tra coniugi e, qualora non fosse possibile raggiungere una conciliazione, si pronunciano sullo scioglimento del matrimonio islamico». In mancanza di consenso del marito: «Il ricorso agli sharia council è molto spesso l’unico strumento di cui le donne musulmane dispongono per porre fine al proprio matrimonio religioso. In alcuni casi gli sharia councils decidono anche questioni patrimoniali connesse allo scioglimento del matrimonio. (…) è controverso se e in che termini possano essere considerati una forma di risoluzione delle controversie alternativa alla giustizia civile dello Stato».
 
La questione degli sharia council, dal giugno scorso  oggetto di un'inchiesta dal parte della Commissione parlamentare permanente sugli affari interni, voluta dal Primo ministro Theresa May, e al centro di un paio di disegni di legge di riforma e/o chiusura in Parlamento, sta dividendo la Gran Bretagna: da un lato già da anni la campagna One law for all, una sola legge per tutti, si fa portavoce della preoccupazione che dentro gli sharia councils trovino un spazio di legalizzazione discriminazioni e lesioni dei diritti delle donne in seno alla comunità, col rischio di far prevalere legalmente le ragioni della cultura di appartenenza sui diritti anche fondamentali delle singole persone.

Dall’altro lato proprio in questi giorni un centinaio di donne musulmane inglesi, preoccupate che l'abolizione degli sharia council possa invece peggiorare la condizione dei loro diritti, ha pubblicato una lettera aperta per chiedere voce e affermare tra le altre cose che: «La semplice abolizione degli sharia council non è una risposta. Non sono infatti solo agenzie che offrono divorzi. Le donne musulmane possono anche trovarsi di fronte a pratiche discriminatore quando si rivolgono per sciogliere i matrimoni religiosi alle moschee, a singoli studiosi e agli imam. Nei fatti chiudere gli sharia council significherebbe portare le pratiche di divorzio alla clandestinità, riducendo la  trasparenza e aumentando la discriminazione».  

Il tema dell’impatto delle culture diverse sul diritto e viceversa è delicato, perché si presta a strumentalizzazioni d’opposto segno, ma anche complicato perché riguarda un problema  – pur in presenza di ordinamenti molto diversi e il nostro somiglia assai poco a quello inglese - comune a tutte le società occidentali che si fanno sempre più multietniche ma sono figlie di un diritto nato in tempi di società culturalmente omogenee. Un problema complesso, per cui non esiste la soluzione facile, il classico  “uovo di Colombo”, ma che si pone, al di là delle intenzioni delle persone migranti e autoctoni che siano.   

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