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Grande Guerra: «Mio zio, l'antieroe morto per gli altri»

27/06/2019  La figura dell’artigliere scoperta dal suo omonimo discendente: «cadde alla vigilia della pace, il 28 agosto 1918»

Quella di Carlo Scotti è la storia strappata all’oblio di un giovane artigliere lombardo che combatté in Carnia e sull’Adamello, prima di morire per lo scoppio di una spoletta inesplosa che il soldato aveva in mano e che forse voleva gettare lontano per salvare le vite dei suoi compagni. Aveva 23 anni e soltanto due mesi dopo se ne sarebbe tornato a casa perché la guerra sarebbe finita con la battaglia di Vittorio Veneto. La storia di un antieroe che odiava la guerra, «carneficina umana», come scriveva all’amata sorella Clarina; consapevole del proprio dovere, ma che aveva compreso l’assurdità del conflitto.

La vicenda umana di un milite quasi “ignoto”, che rischiava di rimanere chiusa per sempre in una cassetta di legno, custodita per troppi anni nel solaio di un antico palazzo di Voghera. Fino a quando il nipote, omonimo dello zio paterno, Carlo Scotti, ex sindaco di Voghera, non si è deciso ad aprirla per conoscere la figura del parente soldato, di cui aveva sempre sentito parlare in famiglia e il cui ritratto da artigliere campeggiava nel salotto di casa. «Mi aveva sempre trattenuto una specie di timore reverenziale, che vinsi cogliendo l’occasione offertami da un concorso dell’Ana (l’Associazione nazionale alpini, ndr)», spiega Scotti. Le oltre 150 lettere, scritte con grafia finissima e perfetta sintassi, contenute nella cassetta, che rappresentano il carteggio dal fronte di zio Carlo con la sorella Clarina, convinse il nipote a raccogliere tutto in un libro (uscito l’anno scorso con il titolo Ventitreenne sull’Adamello, edito dalla Ceo di Voghera, scritto assieme a Fabrizio Nesi e Francesco Olezza).

Il giovane Carlo Scotti, figlio di contadini, con sette fratelli, residente a Medassino, una frazione di Voghera, ha vent’anni quando viene assegnato alla 52° Batteria del Primo Reggimento di Artiglieria da montagna e mandato in Carnia. Rischia la vita una prima volta per un attacco di tifo. Una seconda volta vede la morte in faccia quando, al fronte, la sua postazione viene centrata da una granata che fa saltare il suo cannone, lasciandolo miracolosamente illeso.

Con i figli arruolati, la famiglia comincia ad avere difficoltà economiche, aggravate da uno sfratto e un penoso trasferimento. «Colpisce negli scritti di questo periodo», nota il nipote, «la maturità di questo ragazzo: aveva una capacità fuori dall’ordinario di minimizzare i propri problemi per non creare ulteriori preoccupazioni nei genitori. Teneva solo parole per le questioni della casa: la vigna, la legna da ardere per l’inverno, i bachi da seta da seguire. Carlo era già diventato il perno della famiglia». Ma tutto ciò non impedisce al giovane artigliere di rendersi conto della brutta piega che sta prendendo il conflitto e della drammaticità delle condizioni in cui versavano i combattenti, specie ora che si sono trasferiti sui ghiacci dell’Adamello, a oltre tremila metri e a meno 40°. «Cara mamma», scriveva, «quanto sarei contento di venire a mangiar l’uva, pensate che dove sono io non c’è uva né frumento, adesso fa già un freddo che fa gelare, e siamo a fine agosto (…) Queste sono alte montagne che in tempo di pace non vivono che selvatici»: quanto è lontana l’immagine oleografica dei nobili panorami alpini e la retorica della “guerra bianca”.

La zona di Monte Fumo, dove trova la morte, è molto esposta. Lo si deduce dalle notazioni del taccuino che porta nel taschino della giubba in cui tiene la conta delle munizioni usate e quelle da usare, essendo responsabile al rifornimento.

Ammette di essere in difficoltà, anche economiche, e di patire la fame: «Qui non servono medici», scrive, «ma panettieri». Lo sconforto che sconfina in disperazione affiora un’altra volta quando scrive alla sorella: «Qui dico i Paternoster, ma Gesù Cristo non c’è qua, ora è in licenza e non sente le nostre preghiere, perché se le sentisse la guerra sarebbe già finita». A suo modo un’estrema preghiera dolente, che riecheggia i Salmi. Si domanda anche se «stiamo diventando tutti matti», ma poi chiede scusa. Una lettera sfuggita alla censura. Non c’è traccia nelle sue parole di retorica, né tantomeno di odio nei confronti dell’austriaco, anzi affiora la pietà, come quando davanti alla carcassa di un aereo abbattuto e al cadavere del pilota con la testa fracassata commenta: «Povero austriaco». «La propaganda non aveva obnubilato la sua mente, né umiliato la sua profonda umanità», commenta il nipote. E ancora: «Qui si muore come selvaggina, senza conforto».

Eppure la prima preoccupazione resta sempre la famiglia in ristrettezze. E quando Clarina gli chiede aiuto, Carlo, per guadagnarsi 150 lire da mandare ai genitori, rischia la vita in una missione pericolosissima sul Corno di Cavento, nel luglio del 1918.

L’ultima lettera del fante è del 26 agosto. Due giorni dopo muore, dilaniato dalle schegge di un ordigno. Una morte da eroe? Di sicuro “zio Carlo” ha vissuto in modo da lasciarne aperta la possibilità.

 
 
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