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mercoledì 06 luglio 2022
 
teatro
 

Grate, le ferite della città medicate dallo sguardo della clausura

02/12/2021  Al teatro Elfo Puccini lo spettacolo scritto da Gianni Biondillo con Chiara Stoppa che interpreta una suora del monastero delle Clarisse di Milano e racconta la sua vocazione intrecciandola con la storia della metropoli, dalla Seconda guerra mondiale agli anni di piombo fino alla pandemia

La vita delle suore di clausura e quella della città laboriosa, produttiva, frenetica, perennemente di corsa. Quale contrasto più stridente? Quale maggiore segno di contraddizione? C'è un punto di contatto tra questi due mondi apparentemente agli antipodi? Il respiro contemplativo, ma non certo inerte, delle religiose, può incrociarsi con quello di Milano, il cui imperativo è quello di continuare a correre e produrre senza sapere dove si va e per quale ragione si corre?

Parte da questo sguardo intrigante lo spettacolo Grate, in scena al Teatro Elfo Puccini fino al 5 dicembre. Scritto da Gianni Biondillo, con la regia di Francesco Frongia, porta in scena la città di Milano vista dal monastero di clausura. Non uno generico, ma quello delle Clarisse Povere del quartiere Gorla, accanto al Naviglio della Martesana, e attraverso gli occhi di suor Maria Chiara («con un nome così non potevo che diventare clarissa», scherza all’inizio), interpretata dalla bravissima Chiara Stoppa. Si ride, e si riflette. Perché queste donne che hanno scelto la clausura conoscono e vivono a fondo la vita a dispetto di un pregiudizio patetico e duro a morire di chi talvolta le considera dimesse e fuori dal mondo.

La loro preghiera e soprattutto l'ascolto delle persone che bussano alla porta del monastero s'incrociano con la storia e il destino della città. Sul palco, suor Maria Chiara racconta il suo percorso esistenziale che l'ha condotta ad abbracciare la clausura ma il racconto della sua vocazione è anche una scoperta delle vite e delle storie di altre due sorelle che in momenti ed epoche diverse hanno fatto la sua stessa scelta. Chiara Daniela, che arriva a Milano da Assisi durante la Seconda Guerra Mondiale, per fondare il monastero e resterà segnata per sempre dal bombardamento aereo del 20 ottobre 1944 che nel quartiere di Gorla colpì una scuola elementare. Sotto le macerie morirono oltre duecento bambini e i loro insegnanti. Il monastero sorge in piazza Piccoli Martiri, accanto al monumento che ricorda quella tragedia. E poi Maria Ida, figlia di operai socialisti che è un adolescente durante gli anni di piombo e la cui giovinezza resta segnata per sempre dalla folla composta, e senza più lacrime da versare, che il 15 dicembre del 1969 in Duomo partecipa ai funerali di Stato delle quattordici vittime della strage di Piazza Fontana.

La vita di suor Maria Chiara s'incrocia con la pandemia e il lockdown della primavera del 2020 che trasformano la città (e poi l'Europa intera) in un gigantesco monastero di clausura. Milano viene colpita nel suo punto d'orgoglio: la città del fare è costretta non solo a rallentare ma a fermarsi. Il frastuono dei quartieri si spegne. Gli ospedali s'intasano. Le chiese chiudono. E gli abitanti del quartiere di Gorla nella notte di Pasqua 2020 senza veglie e senza riti s'affacciano alle finestre e guardano a quelle suore che con creatività, nel silenzio smarrito della metropoli, rievocano la risurrezione di Cristo.

Le grate sono «l'unica cosa che vedete quando guardate a noi», dice suor Maria Chiara, ma da dietro le grate è possibile abbracciare le anime di tutti, avere uno sguardo di pietas per Milano dove le persone riempiono la solitudine con animali da compagnia, con i viaggi, con il lavoro eccessivo e dove la pandemia ha spazzato via quell’efficientismo che tracima in disperazione se non è sorretto da una speranza. Nella notte della pandemia, fisica e non solo metaforica, suor Maria Chiara esce nella città che sembra un prolungamento del monastero in cui ha scelto di vivere e scopre la “social catena” di Leopardi che tutti ci affratella davanti al limite e al dolore.

Grate è anche un viaggio che sfata molti miti: le porte del monastero non sono chiuse ma aperte per accogliere tutte quelle persone che chiedono consiglio alle monache capaci di offrire il bene più prezioso: la capacità di ascoltare. E racconta la vita in comunità, banco di prova e antidoto all'ipocrisia, dove è fondamentale anche un pizzico di umorismo, di saper ridere di sé e dei propri limiti come esercizio virtuoso indispensabile. Quello che forse manca alla città sazia e disperata.

Lo spettacolo

Grate di Gianni Biondillo, in scena al Teatro Elfo Puccini fino al 5 dicembre

con Chiara Stoppa e con la partecipazione di Roberta Faiolo

regia di Francesco Frongia

scene e attrezzeria Marina Conti, costumi Katarina Vukcevic luci e suono Roberta Faiolo

produzione Atir - Teatro Ringhiera

 
 
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