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sabato 02 luglio 2022
 
 

Toso, il bel calcio degli esseri umani

12/03/2012  Mario Toso è il guardialinee che nel 1975 non si accorse di un gol validissimo di Savoldi all'Ascioli. E non convalidò la rete. Era un calcio dove si poteva ancora sbagliare.

L’uomo che capisce meglio di tutti il travaglio pisicologico di Roberto Romagnoli che vive a Macerata, si chiama Mario Toso e vive a Grado. Romagnoli è il guardalinee che a Milano non ha visto il pallone di Muntari ben dentro la porta di Buffon, nel polemicissimo (29 febbraio) Milan-Juventus. Toso è il guardalinee che ad Ascoli, il 12 gennaio 1975, non si accorse che il pallone, calciato rasoterra a fil di palo da Savoldi cannoniere del Bologna, era stato spedito fuori dalla porta marchigiana da un raccatapalle locale, il quale aveva infilato un piede fra le maglie della rete, un bel po’ di centimetri al di là della linea bianca.

Mario Toso ha 76 anni e ancora adesso segue il calcio, insegnando ai giovani le alchimie arbitrali, dopo avere girato tanti campi come commissario federale. La sua specializzazione era assai apprezzata. Faceva terna fissa con Barbaresco, arbitro friulano, e con il collega di sbandieramento Castellano. Barbaresco, sì, quello che a Genova il 12 marzo 1972 non diede al Torino un gol regolarissimo, decisione che significò il successo della Sampdoria e la fine delle legittime velleità di scudetto della forte squadra granata (il pallone era stato ricacciato fuori da un certo Lippi, Barbaresco prima convalidò poi cambiò idea).

Toso si racconta così, con un parlare pacato, sereno, chiaro come di chi gli ha nevicato dentro: ”Il Bologna stava vincendo per 3 a 1, la partita era agli sgoccioli, l’Ascoli attaccava, ci fu un contropiede degli emiliani, la palla finì a Savoldi che tirò dal limite dell’area e segnò un gol che in migliaia, lì allo stadio, videro. Io no, eppure l’azione si era dipanata dalla parte del campo di mia competenza. Io no perché c’era un sole invernale forte e basso, correndo andai come contro ai suoi raggi, che mi accecarono. Quel ragazzo, magro, aveva una maglia bianca, stesso colore del palo a cui stava irregolarmente appoggiato e con cui per me si confuse. Barbaresco era tutto concentrato sull’azione di Savoldi, io pure curavo con gli occhi l’allineamento dei giocatori intanto che controllavo da dove il pallone era partito, insomma dovevo fare lo strabico. Non segnalai il gol, e dunque non fu gol, l’arbitro era lontano e la convalida toccava a me”.

Il commissario di campo Adani, un potente del mondo del fischietto, quasi scherzò con Toso, controccorrente rispetto a ventiquattromila paia di occhi lì allo stadio ascolano. “Tornando a casa in treno ebbi modo, alla stazione di Bologna, di vedere in un bar una trasmissione sul match. Andò in onda la sequenza dell’intervento di quel ragazzo. Mi fece un certo effetto. Ad Ascoli, in campo, ero stato aiutato a finire la partita ormai esaurita, col Bologna più forte. E in particolare mi fu vicino Savoldi, che da vero signore mi consolò con un “non si preoccupi, tutti possono sbagliare”. Parole e musica, è il caso di dirlo, benedette”.

Toso riprese l’attività di guardalinee già la domenica seguente. “A Reggio Emilia, se ricordo bene. Ero turbato, si capisce, mi servì molto reagire subito, sul campo. Adesso leggo di possibile stop lungo imposto a Romagnoli. Ma è stato, il suo, un caso e niente più. Siamo esseri umani, sbagliamo come tutti. Bisogna dire che la tecnologia sembra ormai nata per segnalare, dell’arbitro o dei suoi collaboratori, un errore anche minimo”.

Si va forse verso la moviola in campo, e insieme con la tecnologia crescono interessi, tensioni, recitazioni, raccolte e forse sofisticazioni di prove. Il nostro pronostico è un imbarbarimento da giungla, con liane elettroniche per troppi Tarzan, mentre Mario Toso sembra, con i suoi ricordi, passeggiare in pineta.

 
 
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