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domenica 26 maggio 2024
 
 

Guccini, quasi quasi mi racconto

14/06/2010  La casa, le radici, i libri, le canzoni, i piedi per terra: tutto si tiene. «Mia madre una volta mi disse: “Vengono a sentire te? Non hanno niente da fare?”. Ma credo che fosse fiera».

L’indifferenza scostante dei gatti, già immortalata in un verso di canzone, si materializza in un micione nero. Siede un attimo sulla porta di casa, il tempo di un’occhiata sdegnosa all’intrusa, e se ne va con aria sostenuta. Dietro di lui si affaccia la figura lunga di Francesco Guccini.

    Il cancellone verde è sempre aperto, la porta non ha campanello ma un picchiotto che stavolta non serve: bastano i passi a stanare il padrone di casa. La casa è un rustico che scarta di lato rispetto alla strada che sale alla montagna. Defilato è un modo di vivere, oltre che un dove: siamo a Pàvana, Appennino pistoiese, poco oltre quel che resta della dogana che divideva dall’Emilia il Granducato di Toscana. Montagna ruvida, selvatica, Marzabotto è poco sotto, lungo la ferrovia porrettana. Per scegliere di vivere qui bisogna averci radici, non basta metterle un giorno per caso portati dal vento: «Ci sono quasi nato», racconta Guccini, «fino a cinque anni sono cresciuto qui, anzi giù al mulino. La periferia di Modena, nel dopoguerra, fu un cambiamento un po’ traumatico: la grande casa dei nonni, sempre piena di gente, zii, prozii, era diventata un appartamento in cui stavamo solo mia madre, mio padre e io. Ero spaesato. Un critico di recente ha detto che sono un “misoneista”, uno che odia il nuovo. Forse ha ragione (ride)».

    Il telefonino che maneggia sul tavolo della cucina deve aver visto finire la guerra e il “maestrone”, come lo chiamano, è rimasto tra i pochi esemplari adulti non dotati di patente di guida, stando in un posto dove non si arriva che con un’auto: «I miei l’auto non l’avevano; s’andava a piedi fino alla Venturina e poi in treno. Ricordo il primo viaggio dopo la guerra: da Pàvana a Modena in camion e poi fino a Bologna in carro bestiame, treni a vapore...».

    Radici si chiamava il primo album di successo, Non so che viso avesse, primo verso della celeberrima La locomotiva è il titolo del suo ultimo libro (Mondadori), un racconto di sé ufficiale dopo l’autobiografia mascherata nei romanzi: «Bertoni e Cottafava, i curatori, sono miei amici, mi hanno un po’ preso in mezzo, mentre prendevo tempo. Ho voluto che cambiassero il sottotitolo: da Storia della mia vita a Quasi un’autobiografia. Qualcuno c’è rimasto male, si aspettava gli amori... Per carità, lascia ben stare».

    I fan li chiama “i pellegrini”: «D’estate vengono a trovarmi, al rito degli autografi si è aggiunta la foto con il cellulare: un po’ invasiva è, la popolarità, ma non ha mai raggiunto la molestia».

    Forse c’entra un modo di porsi, la voglia di normalità: «Sì, e un po’ il fatto di non essere mai stato considerato l’eroe di famiglia: mio padre riteneva la musica una cosa transitoria. Mia madre sotto sotto ci teneva, ma non dava a vedere. Ricordo un dialogo un po’ surreale, di quando, poveretta, aveva già un po’ perso la memoria: “Ciao mamma vado a suonare”. “A suonare? Te?” “Sì, è il mio mestiere”. “Il tuo mestiere?” “Ma sì, l’altra sera erano in tanti a sentire”. “Perché? i ghiven gnént da fèr?” Sono soddisfazioni... Però poi quando sento che chi organizza concerti per gli americani impazzisce a cercare quella tal pianta per il camerino, 60 asciugamani di cui 15 verdi, 15 rosa... Mi dico che alcuni, gettati in una realtà diversa da quella cui erano abituati, hanno perso la testa».

    Da giovane sognava di fare lo scrittore o l’orchestrale. Se l’immaginava così questi mestieri, allora? «Volevo fare qualcosa che avesse attinenza con il leggere e lo scrivere, viaggiavo con la fantasia di Salgari, avevo passione per le parole». Passione viva, a giudicare dalle carte, rilegate e non, che colonizzano anche la cucina. «L’orchestrale è venuto dopo: sognavamo i complessi di moda allora, Peppino di Capri...». Con la giacca di lamé. «La misi un capodanno a casa di un amico, dev’essere ancora là, ma non ci starei più dentro. Che vergogna».

    Un’espressione tipica che sfuma in una risata: «Quando mi vedono in un ristorante, magari mettono le mie canzoni... Mi imbarazza ascoltarmi, la mia voce non mi piace tanto». Le canzoni, come i libri, hanno, a loro volta, radici nella famiglia e nella cronaca: «Amerigo è il prozio Enrico, rimpiango di non avergli chiesto di più della sua vita di minatore in America; Van Loon è mio padre: da quando non c’è più, non riesco a cantarla. Mi viene il groppo».

    E poi c’è Canzone per Silvia che somiglia curiosamente a un’intervista che fece Famiglia Cristiana a Silvia Baraldini. Gli portiamo una fotocopia. Inforca gli occhiali: «Sì, senza dubbio. Venne un’amica, mi disse: “C’è una storia bella, devi farci una canzone”. Aveva con sé ritagli di giornali. C’era anche questo. A casa mia vi leggeva una zia, mi rimproverava il mio agnosticismo, ma mi portava le vostre pagine quando parlavano di me».

 
 
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