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mercoledì 22 maggio 2024
 
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Fondazione Carolina: perché la guerra ai social è fuori tempo massimo

16/03/2024  La notizia dello strappo definitivo degli Stati Uniti nei confronti di TikTok rappresenta un punto di non ritorno nei rapporti con la Cina, che lascerà un segno in tutto il panorama occidentale. Ormai, tuttavia, è troppo tardi per vietare la presenza della tecnologia nella nostra vita e in quella dei nostri figli

di Ivano Zoppi

Segretario generale Fondazione Carolina

Dai divieti agli ultimatum, fino alle crisi internazionali. Un vocabolario da scenario di guerra che, invece di descrivere i drammatici conflitti in corso, è utilizzato da una certa governance per puntare il dito contro i social network. Un’accusa verso quella stessa tecnologia che negli ultimi 15 anni ha dettato legge, condizionando le relazioni umane, lo sviluppo del senso critico e, non ultimo, il rapporto con le istituzioni.

La notizia dello strappo definitivo degli Stati Uniti nei confronti di TikTok (la Camera dei rappresentanti ha approvato un disegno di legge che impone all'azienda cinese ByteDance di vendere il social network altrimenti sarà bandito negli Usa, ndr) rappresenta un punto di non ritorno nei rapporti con la Cina, in grado di lasciare un segno su tutto il panorama occidentale.

Un cambio di passo dettato ufficialmente dalla “sicurezza nazionale”, ma che implica un interesse commerciale gigantesco. Sul piatto ci sono quasi 200 milioni di iscritti americani al social cinese. Una banca dati e una vetrina troppo invitante per lasciarla alla mercé del colosso asiatico.

Privacy, violenza online e capacità di influenzare l’opinione pubblica sembrano più un pretesto che una vera accusa. Prova ne sia, in termini di sicurezza, trasparenza e linguaggi, la deriva intrapresa da Twitter dopo la sua acquisizione da parte del magnate visionario Elon Musk. Un’operazione nella quale il cambio del nome della piattaforma, ora denominata “X”, non rappresenta certo la mossa più azzardata di un’operazione tanto discussa quanto spericolata.

La verità è che il mercato delle informazioni digitali, dopo il subentro degli algoritmi e la complessità delle profilazioni, è una partita che si gioca sopra la testa dei cittadini e, peggio ancora, sulla pelle dei tanti, troppi, giovanissimi esposti ai pericoli online.

Da una parte la propaganda, con la sue iperbole e le costanti polarizzazioni, dall’altra la salute digitale delle nuove generazioni e la futura capacità di incidere sulle scelte e le politiche della propria comunità. La democrazia digitale passa proprio da questi concetti e tocca da vicino il bisogno di incontro, ascolto e confronto che paradossalmente dilaga nella società iperconnessa di oggi, dove ognuno è collegato con tutti, ma non per questo meno solo. Dialogo e confronto che le istituzioni dovrebbero applicare nei rapporti con le grandi big tech, alla stregua di quello che avviene tra gli altri Stati sul quadro internazionale.

Come? Per quanto concerne l’Italia, aprendo finalmente quel tavolo tecnico e interistituzionale con i colossi del web, in cui stabilire insieme percorsi seri e concreti verso quei principi di cittadinanza digitale ancora lontani dall’essere promossi e applicati. Fondazione Carolina, impegnata ogni giorno sul campo e nella Rete, ha intrapreso un percorso itinerante su questi temi proprio con TikTok. Il format si chiama “Genitori in Blue Jeans” e guarda alla costruzione di una nuova consapevolezza sull’importanza di accompagnare i più giovani lungo un’esperienza digitale sicura e positiva.

Un obiettivo che passa certamente da una corretta fruizione dei device, ma anche dall’incontro nell’ambiente fisico, conferendo quell’autenticità ed empatia alla base di un nuovo Umanesimo digitale. Da qui è nata l’idea di un tour di 9 tappe su tutto il territorio nazionale, in rete con le Istituzioni, le scuole e le comunità locali. Una sfida tanto impegnativa quanto ambiziosa per invertire la rotta rispetto alla costante delega delle relazioni umane alla Rete. Dall’informazione - sempre più inquinata dalle fake news e condizionata da like e views, all’educazione - che nella logica degli schermi e delle immagini, ha perso la sua profondità e ha depauperato il ruolo primario della parola nella costruzione di un messaggio sempre più omologato e appiattito.

Ormai è troppo tardi per negare, privare, vietare la presenza della tecnologia nella nostra vita e in quella dei nostri figli. Nell’era dell’intelligenza digitale che condizionerà il prossimo decennio non possiamo fare altro che proiettare anche sul web quei valori fondamentali che abbiamo sviluppato nei secoli delle società analogiche. La direzione della nostra vita “onlife” dipende solo da noi.

(Foto Reuters: l'ufficio di TikTok in California)

 
 
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