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domenica 19 maggio 2024
 
GIOCHI OLIMPICI
 

Ha ragione Sinner, la bandiera alle Olimpiadi per ora spetta ad altri

08/04/2024  Si fa il nome del ragazzo d'oro dello sport italiano per la Cerimonia d'apertura del 2024. Secondo noi sarebbe prematuro. Ecco perché

Jannik Sinner è un ragazzo equilibrato e saggio. Un ragazzo d’oro per definizione. E infatti una voce, partita dai bookmakers che hanno messo le mani avanti e arrivata al presidente del Coni che non ha chiuso la porta, lo vorrebbe già portabandiera olimpico a Parigi.

A domanda precisa, Jannik Sinner ha risposto così: «Ho la mia idea: è giusto che il portabandiera sia qualcuno che ha già vinto un oro. Sono consapevole di aver contribuito a rendere il tennis più popolare, ma noi abbiamo gli Slam, le Finals, la Davis: l’Olimpiade è un torneo importante, ma pur sempre un torneo. Per gli altri atleti i Giochi sono il coronamento di 4 anni di lavoro. Mi ricordo di un’intervista a Bolt: diceva che si preparava un quadriennio per una corsa che dura meno di 10 secondi, mentre tanti vorrebbero tutto in due mesi. Ecco, credo sia quello di Bolt il vero spirito olimpico. Certo, se me lo offrissero lo prenderei in considerazione».

Nelle dieci righe della sua idea c’è la summa degli argomenti che fa dire che sarebbe prematuro dargli la bandiera oggi, in un momento in cui ha più visibilità di quanta necessiti (un ingombro che dovrà presto imparare a gestire, perché pochi sportivi hanno meno pace del numero uno del tennis mondiale che attira tifo e curiosità planetari), senza aver mai partecipato a un’edizione olimpica. Per tradizione, anche se ci sono state eccezioni, non tutte felici col senno di poi, la bandiera si dà a chi a livello olimpico è già un simbolo, a chi ha già al collo quell’oro che rischia di diventare un macigno per chi, portando il Tricolore all’apertura, con l’onore si carica dell’onere di dimostrare di averla meritata.

Meglio dimostrare prima e averla poi come un premio alla carriera. Diversamente si rischia di trasformarla in un fardello. Fin qui la ragione, per così dire, individuale soggettiva. Ma a contare di più, stavolta, è la ragione “altruistica” che Sinner, con sensibilità e intelligenza, ha percepito ed esposto con chiarezza: per chi vive di sport olimpici quella bandiera è la massima vetrina. Se arriva è solo per pochissimi, ed è un’occasione unica in senso proprio: capita una sola volta e a uno solo tra i più che la meriterebbero. Lo stesso oro olimpico quando arriva è spesso l’opportunità di una vita: chi non coglie l’anno giusto quattro anni dopo potrebbe non essere più lo stesso. Mentre nel resto del quadriennio si spengono i riflettori. Sinner, giustamente, vede la differenza tra le sue occasioni, che si ripetono ogni anno a distanza di poche settimane le une dalle altre, e capisce che se gliela dessero non potrebbe rifiutarla – non si fa –, ma fa capire che gli sembrerebbe di toglierla ad altri, di far la figura dell’asso pigliatutto che proprio non merita. Perché è uno che le sue vittorie ama conquistarsele sul campo e in allenamento giorno per giorno, con la giusta gradualità, senza sgomitare e senza prevaricare.

Anche oggi, che pure gli sport professionistici hanno piena cittadinanza ai Giochi, spirito olimpico chiederebbe che quella bandiera fosse di Gian Marco Tamberi, che ha avuto bisogno di rimettere insieme i pezzi, per arrivare all’oro nel salto in alto a Tokyo 2020 (diventata 2021), dopo che un infortunio grave gli aveva sottratto l’occasione da favorito quattro anni prima. Oppure di Gregorio Paltrinieri che nel nuoto ha un curriculum lungo così e che nel 2021, dopo l’oro di Rio 2016, ha vinto un argento e un bronzo, strappati con l’ultimo soffio di fiato alla mononucleosi recente. Due esempi tra gli altro che pure ci sono.

Jannik Sinner ha 22 anni e tutto l’agio di partecipare a tre edizioni dei Giochi, senza accontentarsi di onorare il motto di De Coubertin. Verrà il tempo debito perché porti con onore anche la bandiera alla cerimonia d’apertura olimpica. Ma stavolta chi decide farà bene ad ascoltare la sua precoce saggezza e dare la Tricolore a chi non solo se l’è già guadagnato sul campo a cinque cerchi, ma non avrà per età un’altra possibilità tra quattro anni.

 
 
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