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lunedì 17 gennaio 2022
 
 

I servizi che offre una tv pubblica non sono monetizzabili

14/03/2015  L'annuncio della riforma della Rai apre un importante dibattito. C'è chi parla di privatizzazione. Ma il tema non può e non deve essere prettamente economico. Interessa tutti i cittadini italiani e vi spieghiamo perché.

L’annuncio della riforma della Rai da parte del governo Renzi rilancia il dibattito sulla funzione della tv pubblica, sul controllo esercitato dalla politica e sulla eventuale privatizzazione dell’emittente di Stato. Il modello da realizzare sarebbe quello della società per azioni, un'azienda ordinaria soggetta alle regole della procedura civile, guidata da un amministratore delegato che riferisce a un Consiglio di amministrazione formato da 7 membri (3 nominati dalle Camere in seduta comune, 1 in rappresentanza dei dipendenti Rai e 3 dal governo su proposta del ministro dell'Economia). L’offerta si concretizzerebbe in una rete generalista, una per l’innovazione e una specificamente culturale, preferibilmente senza spot, con una guida manageriale efficace.

Ma che senso avrebbe ha privatizzare la Rai? La domanda merita attenzione per le ricadute dirette che può avere sulla programmazione televisiva. Privatizzare un servizio pubblico significa affidarlo a un soggetto privato, come già avviene per altri servizi (per esempio, le Ferrovie). La privatizzazione della televisione di Stato implica il rischio di una gestione basata sulle esigenze di mercato, che ha un obiettivo di tipo economico, che guarda i risultati di bilancio e il reddito prodotto.

Il limite principale del dibattito in corso sul futuro della Ra
i è che finora si è parlato di privatizzazione soltanto dal punto di vista del mercato o come oggetto di scontro tra le diverse parti politiche. Pochi hanno sollevato il tema fondamentale del significato del servizio pubblico. La cui filosofia, per definizione, dovrebbe andare in tutt’altra direzione, privilegiando i contenuti educativi, formativi e culturali, oltre alla qualità delle trasmissioni. Se tutti i Paesi europei democraticamente avanzati mantengono un servizio radiotelevisivo pubblico, vorrà pur dire qualcosa…

Non dimentichiamo che – anche se i sessant’anni ormai trascorsi si fanno sentire – la Rai che nel gennaio del 1954 cominciò ufficialmente le proprie trasmissioni nasceva sulla base di un preciso progetto culturale e pedagogico, direttamente ispirato a quello della Bbc inglese. Da allora a oggi, molto è cambiato e l’educazione del pubblico ha ceduto il passo a una strategia concorrenziale basata sull’imitazione dell’offerta delle emittenti private e sull’acquisto dei “format” di successo. Serpeggia il timore che la privatizzazione della Rai porti a un ulteriore appiattimento della programmazione televisiva, in una gara al ribasso con la concorrenza privata. Ciò che servirebbe è esattamente il contrario: una riqualificazione dell’offerta televisiva con proposte di qualità, più coraggiose dal punto di vista culturale.
In realtà, nel corso degli anni una sorta di privatizzazione della Rai è già avvenuta da parecchio tempo: oggi la programmazione della televisione di Stato segue le stesse istanze commerciali di quella delle emittenti private ed è subordinata alla necessità di elevati riscontri in termini di audience e al ritorno economico garantito dagli introiti pubblicitari.

Il dibattito sul futuro della Rai non può restare confinato all’interno delle discussioni tra gli addetti ai lavori o fra i banchi del Parlamento, né può diventare un tema di esclusiva pertinenza economica. È un argomento che interessa milioni di spettatori che sono innanzitutto cittadini italiani e che, come tali, hanno il diritto di far sentire la propria voce e di vedere rispettate le proprie esigenze. Ci sono trasmissioni tipiche della televisione pubblica che hanno un valore non perché portano soldi all’azienda ma perché sono effettivamente utili – a volte addirittura necessarie – agli spettatori.

Non sono monetizzabili, ma probabilmente costerebbero meno degli ingaggi milionari di alcuni personaggi televisivi. Se la Rai – pubblica o privata – offrisse una programmazione di qualità, probabilmente pagheremmo più volentieri anche il canone (eventuale).

 
 
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