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martedì 07 dicembre 2021
 
 

Quando "Giotto" sfiorò la cometa di Halley

20/01/2014  Nel 1986, 28 anni fa, un’altra navicella europea passò ad appena 600 chilometri dalla più celebre tra tutte le comete: quella di Halley.

Mentre leggete queste righe, Rosetta si sta avvicinando alla meta del suo lungo viaggio iniziato nove anni fa: la cometa Churyumov-Gerasimenko. Per la prima volta una sonda scenderà su uno di questi corpi celesti, che risalgono alla nascita del Sistema Solare e potrebbero aver avuto un ruolo importante nell’origine della vita sulla Terra. Si tratta di un enorme passo per la scienza e per l’Agenzia Spaziale Europea. Come 28 anni fa, quando nella notte fra il 13 e il 14 marzo 1986 un’altra navicella europea, chiamata Giotto, passò ad appena 600 chilometri dalla più celebre fra le comete: quella di Halley.

Questa grossa palla di neve spaziale, proveniente dalla Nube di Oort, si avvicina al Sole ogni 76 anni, diventando visibile con la sua chioma. Proprio la periodicità delle osservazioni di una cometa eccezionalmente luminosa fatte nel tempo permise all’astronomo inglese Edmond Halley di capire che si trattava dello stesso oggetto e di prevederne la successiva apparizione nel 1758. Cosa che puntualmente si realizzò, anche se lo scienziato non riuscì mai a saperlo poiché nel frattempo era morto.

L'Adorazione dei Magi dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova: in alto si nota la cometa di Halley.
L'Adorazione dei Magi dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova: in alto si nota la cometa di Halley.

La cometa di Halley è anche quella che compare nell’Adorazione dei magi dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Il pittore l’osservò al suo passaggio nel 1301 o nel 1302 e la raffigurò con notevole realismo. Da qui la scelta di battezzare in suo onore la missione che avrebbe permesso di osservare da vicino la cometa, attraversandone la coda formata dai gas e dal pulviscolo sotto l’azione del Sole. Una missione kamikaze: alla velocità di 68 chilometri al secondo, infatti, la polvere ha danneggiato irrimediabilmente la telecamera e i sensori della navicella.

Ma quello che gli scienziati hanno potuto vedere in quella notte del 1986 ha cambiato le nostre conoscenze. Fra le altre cose, si è scoperto che il nucleo (quello di Halley ha la forma di una patata di circa 10x15 chilometri) non è bianco, come ci si potrebbe aspettare, ma nero. Più nero del carbone. Quanto ai getti di vapore e di polvere che si formano con il calore avvicinandosi al Sole, essi non provengono da tutta la superficie, come si pensava, ma da aree ben distinte. A quasi trent’anni da quella missione, l’Agenzia Spaziale Europea sta per scrivere un nuovo capitolo nell’esplorazione del Sistema Solare. E noi siamo ansiosi di leggerlo.

 
 
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