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lunedì 27 maggio 2024
 
al cinema
 

"Houria. La voce della libertà", l'universo femminile in Algeria dopo la guerra civile

16/06/2023  Il nuovo film di Mounia Meddour, nelle sale cinematografiche italiane dal 21 giugno, racconta la condizione delle donne nel Paese arabo, ancora dominato da una cultura patriarcale e maschilista, attraverso il mondo della danza

Houria, in lingua arabo significa libertà. Ed è il nome della protagonista del nuovo film della regista di origine algerina naturalizzata francese Mounia Meddour, Houria. La voce della libertà. In questo intenso, toccante lungometraggio, Meddour, sensibile alle tematiche femminili, torna a parlare della condizione della donna nel mondo arabo e, in particolare, in Algeria, Paese ancora dominato da una cultura e una mentalità profondamente maschiliste e patriarcali. E ha scelto di farlo, stavolta, attraverso il mondo della danza classica e la storia sofferta, drammatica di una giovane ballerina di Algeri.

Houria, interpretata da una bravissima Lyna Khoudri, è una ragazza di Algeri che dedica la sua vita alla danza, seguita dalla madre, insegnante e ballerina lei stessa, rimasta vedova quando sua figlia era piccola. Vittima di una terribile aggressione da parte di un ex terrorista rilasciato dal carcere, Houria si salva, ma a causa del trauma vissuto perde la facoltà di parlare e deve seguire un lungo e doloroso percorso di riabilitazione psicofisica.

Nel centro di riabilitazione, l’incontro con un gruppo di donne che, come lei, hanno subìto dei terribili traumi, le consentirà di rimettersi pian piano in piedi, riprendere in mano la sua vita, tornare a sorridere e, anche, a ballare insieme alle altre donne con le quali realizza uno spettacolo. Il mutismo di Houria, spiega la regista, «è il simbolo di tutte quelle donne che sono state messe a tacere, che sono state cacciate, licenziate, soffocate, umiliate e ridotte al silenzio. Houria simboleggia tutti coloro che non hanno una voce». Houria rappresenta la libertà che le donne in Algeria, proprio come la protagonista del film, cercano di conquistare nei loro spazi di vita quotidiana.

Pur nel silenzio che le è stato imposto dal trauma, la giovane ballerina ritrova la sua personale voce, la sua modalità di espressione attraverso la libertà, la creatività, la bellezza della danza, il movimento, la gestualità, la musica, che domina tutto il film. E cerca di ottenere giustizia, contro la violenza subìta da parte di un ex terrorista islamista che, in quanto pentito, è a piede libero dopo aver ricevuto l’amnistia al termine della guerra civile algerina.

In questo film Meddour disegna con straordinaria forza espressiva un ritratto femminile corale, in cui le donne sono le protagoniste assolute: Houria, ma anche sua madre Sabrina, donna all’apparenza dura ed esigente, che ha dovuto imparare a essere indipendente, a cavarsela e crescere una figlia da sola, dopo l’uccisione di suo marito. E ancora, Sonia, l’amica del cuore di Houria, le donne e le ragazze del centro di riabilitazione, ognuna con le sue fragilità, i suoi drammi interiori e, insieme, il suo coraggio e la sua voglia di vivere.

Nata nel 1978 a Mosca da padre algerino e madre russa, Mounia Meddour vive in Francia dall’età di 18 anni.  Dopo aver realizzato una serie di documentari, ha firmato il suo primo lungometraggio nel 2018, Non conosci Papicha, che è stato presentato a Cannes nel 2019 e si è aggiudicato il Premio César 2020 come miglior opera prima. Ambientato ad Algeri negli anni Novanta, Non conosci Papicha racconta le donne algerine attraverso la storia di una studentessa che sogna di diventare stilista e per questo di notte esce per andare a vendere gli abiti creati da lei alle altre donne.

Dagli inizi degli anni Novanta fino al 2022 l’Algeria è stata lacerata da un conflitto civile che ha contrapposto, da un lato, il Governo, rappresentato da una giunta militare insediatasi a seguito di un colpo di Stato di alcuni generali dell’esercito dopo le elezioni legislative del 1991, dall’altro i miliziani islamisti organizzati nel Gruppo islamico armato (dopo lo scioglimento del Fronte islamico di salvezza che si era affermato alle elezioni). «Vent'anni dopo la fine della guerra civile», osserva Mounia Meddour, «le famiglie delle vittime devono ancora ricevere giustizia e verità. L'amnistia per alcuni detenuti è una sorta di ingiustizia nei confronti di queste famiglie. Ho amici vittime del terrorismo che si sono battuti in associazioni contro questa amnistia, ma, purtroppo, è stata approvata e questi pentiti sono a piede libero nella società. Ma il pentito del film è la metafora di un male più generale, quello della guerra civile, come una sorta di fantasma del passato che tarla il presente. Oggi la popolazione è assorbita dai problemi della vita quotidiana. Avere un lavoro, una casa, uno stato sociale, tutte queste difficoltà, purtroppo, affliggono la vita quotidiana e ci spingono a chiudere un occhio su quanto accaduto in passato, senza cercare di risolverne le contraddizioni».

(Foto in alto di Etienne Rougery)

 
 
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