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Sale di comunità, non solo cinema parrocchiali: l'Acec ha 70 anni

04/12/2019  Dal 6 all'8 dicembre, a Roma, tre giorni di festa per l’Associazione cattolica esercenti cinema (Acec) fondata nel 1949. Eventi, approfondimenti, workshop, presentazioni di trailer e anteprime cinematografiche. Ma anche e soprattutto l'incontro con papa Francesco. Parla il presidente nazionale, don Adriano Bianchi

C’era una volta il cineforum in parrocchia. No, quell’esperienza non è tramontata. Se mai si è rinnovata, per adattarsi ai nuovi scenari. Il cuore però è rimasto lo stesso. Oggi come in passato ci sono uomini e donne convinti che un buon film o uno spettacolo teatrale di qualità possano interpellare la coscienza, svegliare la mente e il cuore. Ma soprattutto cementare una comunità, magari facendo sperimentare ai più giovani il valore dell’incontro, tanto più prezioso in epoca di schermi sempre più piccoli e identità sempre più puntiformi. Con oltre 800 “sale della comunità” sparse sul territorio nazionale (compresi i centri piccoli e piccolissimi), l’Acec (Associazione cattolica esercenti cinema) svolge un lavoro culturale di insostituibile valore. Quest’anno l’associazione, fondata nell’immediato dopoguerra, compie settant’anni e festeggia con una tre giorni a Roma (6 – 8 dicembre) densa di eventi e incontri. Sabato, in Vaticano, una delegazione Acec incontra papa Francesco. Approfondiamo con il presidente nazionale don Adriano Bianchi.

Don Adriano, i ragazzi vanno sempre meno al cinema. Se vogliono guardare un film, accendono la tv o (sempre più spesso) il tablet. Che valore ha un’associazione come la vostra in un modo così trasformato?

«E’ vero, siamo in un’epoca di forti cambiamenti e anche noi, che, in quanto associazione di categoria, siamo inseriti nel panorama cinematografico italiano, stiamo cercando di capire come muoverci. Alcuni temi, come quello delle nuove piattaforme, certamente devono essere affrontati con grande attenzione. Ma ciò che ci sta a cuore rimane il valore collettivo della visione, un valore che può anche andare al di là del prodotto proposto. Lo abbiamo sperimentato nelle realtà più piccole: in questi contesti, molte delle nostre sale hanno sostenuto la sfida del passaggio al digitale e hanno deciso di rimanere aperte, spesso a fronte di sforzi economici non indifferenti. Lo hanno fatto perché erano consapevoli di essere un punto di riferimento per la comunità. E di avere un ruolo sociale. Guardare un film insieme, con persone che ci accolgono, con riflessioni condivise, non sarà mai la stessa cosa che guardarlo in solitudine, sullo schermo di una tv o di un tablet».

Anche le parrocchie stanno andando incontro a grandi cambiamenti: meno sacerdoti, spazi sempre più difficili da gestire, anche in termini economici. Come fronteggiare la sfida?

«Negli anni ’60 si diceva “una sala per ogni campanile”, poiché tantissime erano le comunità parrocchiali che avevano uno spazio per proiezioni e spettacoli. Certo, oggi siamo lontani da quel quadro, ma abbiamo comunque la forza di portare avanti il nostro messaggio culturale. Nel tempo, l’associazione si è fatta promotrice di un rinnovamento, approdando al concetto di “sala della comunità”, con il duplice significato di spazio dedicato alla comunità, ma anche di luogo gestito in modo comunitario. Le sale sono diventate realtà polivalenti: pur mantenendo la vocazione cinematografica, è stato dato grande spazio al teatro (un tipo di spettacolo, che, per sua natura, è basato sul contatto diretto col pubblico), ma anche alla musica e ad altre forme d’arte, senza dimenticare gli incontri di formazione e di approfondimento culturale. Questa vocazione multipla si sta rivelando un punto di forza».

Nell’ambito degli “Sdc days”, in programma in questi giorni a Roma, è previsto un momento di incontro con papa Francesco. Come vi avvicinate a questo appuntamento?

«Naturalmente siamo felici e grati di questa opportunità di incontro col Santo Padre. Parteciperanno circa 400 volontari da tutta Italia, accanto ad alcuni esponenti del mondo del cinema che condividono e affiancano il nostro lavoro. Siamo felici, anche perché crediamo che l’impegno dell’associazione possa essere letto alla luce della spiritualità cara al Pontefice. Ad esempio, molte delle sale operano in quelle che Francesco chiama “le periferie”, fisiche ed esistenziali. E la nostra è un’opera che potremmo definire di “carità culturale”, non meno preziosa di quella materiale: attraverso la bellezza e l’arte l’uomo scopre la sua profondità e si avvicina al mistero».  

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