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giovedì 06 agosto 2020
 
tragedia a rebibbia
 

Mai più bambini dietro le sbarre

20/09/2018  Un volo giù per le scale. Così sono morti due fratellini di sei mesi e due anni a Roma nel carcere di Rebibbia. Uccisi dalla madre, ora ricoverata in psichiatria. Per le donne detenute con bambini piccoli, il luogo in cui scontare la pena, non è il carcere, ma la Case famiglia.

Ora è ricoverata in psichiatria la madre detenuta nel carcere di Rebibbia che lo scorso 18 settembre ha lanciato i suoi figli dalle scale all'interno della struttura detentiva per mamme con figli monori di tre anni. La piccola di sei mesi è morta sul colpo, il fratello maggiore, due anni, alcune ore dopo in ospedale. «Adesso i miei figli sono liberi, gli ho dato la libertà». Sono le parole che la donna 33 anni, tedesca, ricoverata nel reparto psichiatrico dell'ospedale Pertini di Roma, ha pronunciato davati al suo avvocato difensore per spegare quanto compiuto ieri nel nido del carcere di dove si trovava detenuta per traffico di sostanze stupefacenti.

Si parla di "tragedia annunciata" e come spesso capita solo a dramma avvenuto si ritorna a ribadire una certezza e cioè che i bambini non devono stare in carcere. Anche se si tratta di strutture all'avanguardia, per loro e le mamme detente la soluzione non può essere il nido penitenziario.

«Sono troppo poche in Italia le strutture per madri detenute con figli piccoli: solo cinque gli istituti a custodia attenuata e addirittura solo due le case famiglia protette. Non possiamo attendere che si ripetano episodi drammatici come quello accaduto ieri a Rebibbia, né possiamo accettare l’idea che dei bambini continuino a vivere dietro le sbarre, in ambienti che non sono adatti a una crescita sana e a un armonioso sviluppo. Bisogna aprire quanto prima altre case famiglia protette: basta bambini in carcere».

Così l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Filomena Albano, che questa mattina ha incontrato Fulvio Baldi, capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia e tra due giorni vedrà il capo Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Francesco Basentini. Al centro degli incontri il rinnovo del protocollo “Carta dei figli dei genitori detenuti”.

«Le case famiglia protette – prosegue Filomena Albano – rappresentano un contesto più adatto degli istituti di detenzione ad accogliere bambini in fase di crescita. Occorre comunque investire nel sostegno delle competenze genitoriali e nell’aggiornamento professionale del personale. Vanno monitorate le situazioni di maggiore fragilità e sostenute le madri attraverso percorsi di educazione alla genitorialità: questo è più semplice in un contesto circoscritto e controllato come quello della casa famiglia».

«In attesa di raggiungere l’obiettivo di evitare la permanenza di persone di minore età negli istituti penitenziari – conclude la Garante Albano – mettiamo al centro le esigenze specifiche dei figli di persone in stato di detenzione. In particolare, assicurando ai bambini che vivono con i genitori in una struttura detentiva libero accesso alle aree all’aperto, ai nidi, alle scuole, ad adeguate strutture educative e di assistenza, preferibilmente esterne. Il superiore interesse dei minori prima di tutto». 

 

 «Sono troppi i bambini che continuano a vivere dietro le sbarre con le loro mamme. Gli Icam, istituti a custodia attenuata, sono una soluzione intermedia ma non rispondono al bisogno fondamentale di un bambino di crescere in un ambiente familiare, con le stesse opportunità di crescita dei coetanei. Esistono case famiglia adeguate per accogliere i bambini con le loro mamme». Afferma Giovanni Paolo Ramonda presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII in merito al tragico episodio ricordando che la comunità di Don Benzi ha in questi anni accolto numerose mamme con bambini nelle sue case famiglia.

«Anche nell'ultima campagna elettorale abbiamo proposto ai politici di togliere questi piccoli senza alcuna colpa dal carcere. Tutti gli psicologi concordano che i primi tre anni di vita del bambino sono fondamentali per la sua crescita equilibrata. Non occorre essere esperti per comprendere che il carcere non è il luogo idoneo in cui crescere i bambini, dunque chiediamo che le mamme con bambini più piccoli di 3 anni siano accolti presso le case famiglia».
 

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