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martedì 19 ottobre 2021
 
Colloqui col padre
 

A Messa con i cani? No, lasciamoli a casa

10/03/2017  Un articolo di Licia Colò accende il dibattito tra i nostri lettori. Risponde il direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Rizzolo:«Tranne alcune eccezioni, come i cani guida per i ciechi, è meglio che i nostri amici animali non entrino in chiesa».

Egregio don Antonio, le scrivo in merito all’articolo di Licia Colò “I cani possono stare in chiesa? Sì, se i padroni sono educati”. Premetto che nutro molta simpatia per la signora Colò, che seguo dai tempi di Bim Bum Bam, ma mi sembra che a volte l’amore per la natura e gli animali faccia perdere il senso della prospettiva a molti.

Io e mio marito non crediamo affatto «che i tempi debbano adeguarsi a un cambio di costumi». È vero che i cristiani sono nel mondo, ma non del mondo. Chiese e cimiteri sono luoghi di culto, luoghi sacri, dove bisogna entrare con grande rispetto, che si deve mostrare con l’abbigliamento, il comportamento, l’osservanza di regole ben precise. Noi questo stiamo insegnando ai nostri due bambini.

Se c’è chi addirittura dorme con i cani, non c’è nessun problema fino a che non si pretende di imporlo anche a chi non desidera farlo. Ho sempre avuto animali: gatti, pesci, tartarughe, uccellini, e un cane o anche due, compagni fedeli e affettuosi in ogni circostanza della vita, ma non mi sognerei mai di andare a Messa con il cane e di imporre la sua presenza agli altri fedeli. Non mi sembra quello il luogo per «rafforzare quel prezioso legame che lega il mondo degli uomini a quello degli animali», meglio per entrambi una passeggiata al parco o una corsa in un bel prato. In chiesa penso si cerchi raccoglimento per pregare e stare in presenza di Dio (di cui solo l’uomo è fatto a immagine e somiglianza) e a Messa si dovrebbe cercare di stare in comunione con Dio e con i fratelli.

Gli animali in tutto ciò a mio avviso non solo non c’entrano, ma rischiano di distogliere la nostra attenzione, già messa alla prova da mille pensieri. Quando nella sala d’attesa del veterinario si incrociano diversi animali possono creare situazioni difficili da gestire, figurarsi se ciò avvenisse durante una funzione! E questo non è sempre da imputare a come sono stati educati i cani. Fa parte del loro istinto e del loro modo di socializzare. L’educazione dei padroni dovrebbe piuttosto consistere nel capire che non è sempre opportuno portarli con sé.

A difesa della sua opinione, la signora Colò fa poi un deplorevole paragone tra genitori e proprietari di cani e quindi tra bambini e cani, quando scrive: «Quante volte in chiesa capita di sentire bambini urlare senza che il genitore pensi di uscire per non infastidire gli altri?». Si potrebbe dedurre dal contesto dell’articolo che in chiesa sia preferibile un cane educato a un bambino maleducato. E questo detto da una mamma mi ha proprio fatto arrabbiare.

Io e mio marito abbiamo portato i nostri due figli in chiesa da quando sono usciti dall’ospedale perché pensiamo che vivere la Messa come famiglia e come comunità sia un pilastro della loro educazione e della nostra vita cristiana. Poche volte siamo andati a Messa a turno, anche se spesso sarebbe stato più facile per noi. Ora hanno 7 e 9 anni e sono quasi sempre bravi a Messa, ma quando erano più piccoli quale educazione avrebbe potuto impedire un vagito, un rigurgito, un risolino o una corsetta traballante in fondo alla chiesa? Lo ammetto, da genitori preoccupati di non infastidire gli altri fedeli spesso uscivamo per qualche minuto, davamo occhiatacce e rimproveravamo imbarazzati i nostri figli. Ora che loro sono più grandi guardo i genitori che ci stanno passando adesso con benevolenza. Non mi danno più di tanto fastidio questi comportamenti tipici dei bambini e non li imputo a cattiva educazione: sono piccoli, cresceranno. Anzi, mi piace quando in chiesa si sente che ci sono tanti bambini. Il rumore che fanno è a mio parere una lode alla vita assai gradita agli orecchi di Dio. Magari ci si preoccupasse di riempire le chiese di bambini anziché di farvi entrare gli animali!

SERENA

Grazie, Serena, per questa bella lettera che racconta l’esperienza di due genitori attenti all’educazione, anche religiosa, dei propri figli. L’articolo di Licia Colò ha suscitato diverse reazioni (tutte negative, a dire il vero). Colgo perciò l’occasione per ringraziare tutti dando una risposta collettiva. Non mi ero mai posto il problema dei cani in chiesa e mi sembrava che le parole della nostra collaboratrice servissero a porre la questione, in modo un po’ provocatorio. Sono certo, peraltro, che non intendesse preferire un cane educato a un bambino maleducato. Anche a me non dà troppo fastidio se un bambino piange durante la Messa e un genitore dovrebbe sapere quando è il momento di fare un giretto fuori.

Venendo al tema dei cani, vorrei ricondurre la faccenda nei giusti binari: non è in questione la fede o la linea del giornale, ma stiamo riflettendo su una realtà della vita e sul modo migliore di affrontarla. Non esiste, d’altra parte, una norma ecclesiastica che vieti esplicitamente di portare gli animali domestici in chiesa. Anzi, la loro presenza è talvolta ammessa nel caso di una benedizione per loro (che però spesso avviene sul sagrato). Qualche parroco, poi, lascia che una persona anziana tenga il cagnolino se resta in fondo alla chiesa. C’è anche il caso dei cani guida per i ciechi, che sono ben addestrati e di cui i padroni hanno bisogno. Sono però tutte eccezioni, che dipendono anche dalle abitudini locali, ed è a queste che Licia Colò faceva in pratica riferimento.

Di solito, ma per motivi di buon senso e di rispetto verso gli altri, penso che sia meglio tenere i cani e gli altri animali domestici a casa. Potrebbero distrarre i proprietari e gli altri fedeli, oppure dare fastidio a chi ha paura dei cani o è allergico al loro pelo. Per non parlare dell’eventuale “cagnara” che potrebbe avvenire quando sono più di uno. A ogni modo, è sempre bene parlare prima con il parroco ed è preferibile lasciare i cani a casa, soprattutto durante la Messa. Gli animali lodano già Dio con la loro stessa esistenza e il loro affetto verso chi li accudisce e vuole loro bene.

 
 
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