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sabato 28 maggio 2022
 
tra fede e diritto
 

I cappellani nelle carceri: un'altra giustizia è possibile

23/10/2018  Al convegno Nazionale dei Cappellani nelle carceri a Montesilvano, Luciano Eusebi, professore di diritto penale, e Mons. Tommaso Valentinetti arcivescovo metropolita di Pescara-Penne, si confrontano. "Non è solo questione di misericordia", dicono, "è che l'occhio per occhio non previene il crimine".

Nella foto Ansa, qui sopra: papa Francesco celebra la Messa in Coena Domini del Giovedì Santo nel carcere di Regina Coeli, il 29 marzo 2018.
Nella foto Ansa, qui sopra: papa Francesco celebra la Messa in Coena Domini del Giovedì Santo nel carcere di Regina Coeli, il 29 marzo 2018.

Un’altra giustizia è possibile? Una giustizia che non si limiti a retribuire il dolore causato con il dolore di una sanzione punitiva inflitta? È il tema di fondo del Convegno nazionale dei Cappellani delle carceri in corso a Montesilvano (Pescara)Chiesa riconciliata in carcere”.

Nessuno si nasconde neppure a voce alta, pur nell’ottimismo della fede e della volontà, che siano domande spinose nella società civile, tentata da pulsioni securitarie, e pure in una Chiesa in cui l’istanza di Papa Francesco per il primato della misericordia trova le resistenze di coloro che Luciano Eusebi, professore di Diritto Penale all’Università cattolica di Milano, chiama scherzando ma non troppo più “cattolici del papa”, pronti a leggere alla lettera alcune pagine veterotestamentarie sulla giustizia. È convinto che, sì, una giustizia non meramente retributiva (l’occhio per occhio, per intenderci) sia non solo possibile e auspicabile in quanto misericordiosa, ma pure conveniente per la società civile: “Una giustizia meramente retributiva”, spiega il professore, “dice che tutto quello che c’è da fare è applicare un corrispettivo, ma così non si risolve il problema della criminalità, che fuori continua come prima e magari si ripete se il recluso diventa recidivo, si dimentica invece l’importanza prevenzione primaria contro i fattori che generano criminalità: in Italia non c’è una sola cattedra universitaria che si occupi di progettazione politico-criminale. La prevenzione ha dimensione da un lato educativo-culturale, dall’altro politico-sociale”. Passa agli esempi, perché tutto sia chiaro: “Il crimine si previene anche scrivendo una buona legge sugli appalti, scrivendo norme per superare i paradisi bancari, contro il nero fiscale, lavorando a potenziare, non a demolire il servizio sociale, ma questo non porta consenso alle elezioni come aumentare le pene, che però certo non servono a prevenire gli omicidi in famiglia. Non dimentichiamo che, esclusi i reati d’impeto, quelli sessuali e di terrorismo, per la stragrande maggioranza i reati perseguono tornaconti economici, se vogliamo prevenirli dobbiamo renderli poco convenienti: aumentando i controlli non aumentando le pene”.

Alla parte più laica e tecnica - anche se immersa in un discorso più lungo e complesso che mostra una profonda conoscenza delle Scritture e una altrettanto profonda adesione alla sensibilità cristiana - del professore, fa eco il contraltare più strettamente religioso, ma concreto, dell’arcivescovo metropolita di Pescara-Penne, Monsignor Tommaso Valentinetti: “Quando si pensa al reato nella Scrittura si pensa alla legge del taglione: occhio per occhio, che però storicamente non è nato per invitare alla reciprocità della pena, ma per disinnescare la vendetta. Per dire all’individuo: se tu ricevi offesa non ti è lecito ridare più di quello che ti è consentito ridare e non spetta a te ridarlo direttamente ma a chi ha titolo per ridare. E rimette a Dio l’esecuzione della giustizia”.

“Se partiamo”, spiega ancora l’arcivescovo, “da questo concetto base e non dai concetti che vorrebbero far passare in modo fondamentalista l’idea di perpetuare nel tempo quelle pene, dobbiamo dire che l’unico che ci ha mostrato il vero volto del Padre è Gesù: Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio ce lo ha rivelato. Sul tema del male commesso Gesù viaggia su tre direttrici: misericordia, perdono, pentimento”. Queste tre direttrici sono valide: “non solo da un punto di fede ma anche da un punto di vista umano, e infatti su di esse fondano i presupposti la cosiddetta mediazione penale e la giustizia riparativa. Se si esclude una delle tre, infatti, si esclude una delle parti e non si arriva al risultato di riparare la ferita inferta alla società con il reato. Devono agire tre persone: il colpevole, la vittima, la comunità”. I tre elementi - ribadisce l’arcivescovo - sono imprescindibili: “Se agisce solo il colpevole c’è solo il pentimento. Se agisce solo la vittima c’è solo il perdono. Se agisce solo la comunità c’è solo la misericordia”.

Le domande dei tanti presenti, al termine delle relazioni, dicono di come il tema sia sensibile e aperto. Ma quello che più si respira è il timore che, nel contesto del dibattito presente, in cui si parla tanto di “buttare le chiavi”, si facciano passi indietro sull’articolo 27 della Costituzione, sulle conquiste degli ultimi trent’anni rivolte a un diritto penale che tenda a rieducare e che non vincoli il reo a vita al proprio errore mettendo in conto almeno, nel pagare il debito con la società, la possibilità di un ripensamento. Non è difficile prevedere le domande di fuori – fanno eco in tanto non detto - e con esse il rischio che quello che si dice in questo incontro sia percepito, in contesti diversi, come ingenuamente ottimistico nella migliore delle ipotesi, ma è un rischio che chi, come i tanti sacerdoti e suore presenti, obbedisce all’ “Ero carcerato e mi avete visitato”; a “Quello che avete fatto a ognuno di questi piccoli l’avete fatto a me”, accetta volentieri di correre per non perdere il senso di una missione, di un ministero, di una scelta di vita. Ma anche nella constatazione quotidiana che così com'è il carcere non promette ciò che mantiene neppure in termini di sicurezza sociale e civile.

 
 
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