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venerdì 03 febbraio 2023
 
vaticano
 

«I cristiani sono diventati esperti di compromessi con il Vangelo»

02/11/2022  Papa Francesco ricorda che, nell'ultimo giorno, saremo giudicati sull'amore verso gli ultimi. Adesso, invece, siamo diventati bravi a fare molte parole e pochi fatti, pronti «ad annacquare le parole del Signore con tanti "se" e "ma"». Abili a cercare le risposte in internet invece che davanti al Crocifisso, persone che non conoscono per nome neppure un povero

Prima la messa nella basilica di San Pietro e poi un momento di raccoglimento al cimitero teutonico, in Vaticano. Papa Francesco ricorda così i cardinali e i vescovi deceduti nel corso dell’anno. Usa due parole, nell’omelia che pronuncia all’altare della cattedra: «attesa e sorpresa».

L’attesa esprime, dice il Papa, «il senso della vita, perché viviamo nell’attesa dell’incontro». Tutti viviamo in questa attesa, «nella speranza di sentirci rivolte un giorno quelle parole di Gesù: “Venite, benedetti dal Padre mio”». In attesa di entrare in paradiso, continua il Pontefice, ascoltiamo le parole di Isaia che ci scaldano il cuore, che ci ricordano che Dio eliminerà per sempre la morte e «asciugherà le lacrime su ogni volto». Ed  «è bello», ricorda Francesco, «quando il Signore viene ad asciugarci le lacrime, ma è tanto brutto quando speriamo che qualcun altro le asciughi ed è più brutto ancora non avere e lacrime». E dobbiamo esercitarci in questa attesa e in questo desiderio del paradiso chiedendoci se «i nostri desideri hanno a che fare con il cielo». Dobbiamo cercare di non  perdere di vista ciò che conta «per inseguire il vento», perché questo «sarebbe lo sbaglio più grande della vita. Guardiamo in alto, perché siamo in cammino verso l’Alto, mentre le cose di quaggiù non andranno lassù: le migliori carriere, i più grandi successi, i titoli e i riconoscimenti più prestigiosi, le ricchezze accumulate e i guadagni terreni, tutto svanirà in un attimo. E rimarrà delusa per sempre ogni attesa riposta in esse». Invece spesso spendiamo energie in preoccupazioni per queste cose che svaniscono e lasciamo così che «si affievolisca la tensione verso casa, perdendo di vista il senso del cammino, la meta del viaggio, l’infinito a cui tendiamo, la gioia per cui respiriamo!». Dobbiamo chiederci se siamo in attesa, se aspettiamo la risurrezione dei morti, se coltiviamo la speranza senza essere lamentosi.

E in questa attesa ci aiuta anche la seconda parola: sorpresa. La sorpresa dei giusti e degli ingiusti che si chiedono, davanti alle parole di Dio - «ero affamato e non mi avete dato da mangiare, nudo e non mi avete vestito…» - quando «ti abbiamo visto così?»

Francesco rivela di aver ricevuto «questa mattina una lettera di un cappellano protestante, luterano di una casa di bambini in ucraina. Bambini orfani di guerra, soli e abbandonati. E lui diceva: “Questo è il mio servizio: accompagnare questi scartati perché hanno perso i genitori, la guerra è crudele e li ha lasciati da soli”. Quest’uomo fa quello che Gesù gli chiede: curare i bambini in questa tragedia e quando ho letto quella lettera scritta con tutto quel dolore mi sono commosso. Lui avrà la sorpresa del giusto». Noi, invece, spesso facciamo compromessi col il Vangelo e siamo diventati bravi in questo.

Come gli ingiusti anche noi ci «aspetteremmo che il giudizio sulla vita e sul mondo avvenga all’insegna della giustizia, davanti a un tribunale risolutore che, vagliando ogni elemento, faccia chiarezza per sempre sulle situazioni e sulle intenzioni. Invece, nel tribunale divino, l’unico capo di merito e di accusa è la misericordia verso i poveri e gli scartati: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”, sentenzia Gesù». Per prepararci a questo, allora, dobbiamo fare una cosa sola: amare. «Amare gratuitamente e a fondo perduto, senza attendere contraccambio, chi rientra nella sua lista di preferenze, chi non può restituirci nulla, chi non ci attira. “Quando mai?”. Quel “quando” meravigliato, che ritorna ben quattro volte nelle domande che l’umanità rivolge al Signore, arriva tardi, solo “quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria”». Non lasciamoci sorprendere negativamente, stiamo «ben attenti a non addolcire il sapore del Vangelo. Perché spesso, per convenienza o per comodità, tendiamo ad attenuare il messaggio di Gesù, ad annacquare le sue parole». Il Papa fa degli esempi: «Dare da mangiare agli affamati sì, ma la questione della fame è complessa e non posso certo risolverla io! Aiutare i poveri sì, però poi le ingiustizie vanno affrontate in un certo modo e allora è meglio attendere, anche perché a impegnarsi poi si rischia di venire disturbati sempre e magari ci si accorge che si poteva fare meglio! Stare vicini ai malati e ai carcerati sì, ma sulle prime pagine dei giornali e sui social ci sono altri problemi più urgenti e dunque perché proprio io devo interessarmi a loro? Accogliere i migranti sì, davvero però è una questione generale complicata, riguarda la politica, io non mi mischio in queste cose, sempre i compromessi sì sì sì,  ma poi no no no. Questi sono i compromessi che facciamo con il vangelo, tutto si, ma poi no… E così, a forza di “ma” e di “però”, facciamo della vita un compromesso con il Vangelo. Da semplici discepoli del Maestro diventiamo maestri di complessità, che argomentano molto e fanno poco, che cercano risposte più davanti al computer che davanti al Crocifisso, in internet anziché negli occhi dei fratelli e delle sorelle; cristiani che commentano, dibattono ed espongono teorie, ma non conoscono per nome neanche un povero, non visitano un malato da mesi, non hanno mai sfamato o vestito qualcuno, non hanno mai stretto amicizia con un bisognoso».

Il quando del Vangelo, spiega Francesco, «è adesso, oggi, all’uscita di questa eucaristia». È nelle nostre mani, «nelle nostre opere di misericordia: non nelle puntualizzazioni e nelle analisi raffinate, non nelle giustificazioni individuali o sociali. Nelle nostre mani e noi siamo responsabili. Oggi il Signore ci ricorda che la morte giunge a fare verità sulla vita e rimuove ogni attenuante alla misericordia». Lo ripete due volte per concludere che «non possiamo dire di non sapere, non possiamo confondere la realtà della bellezza con il trucco fatto artificialmente. Il Vangelo spiega come vivere l’attesa: si va incontro a Dio amando perché Egli è amore. E, nel giorno del nostro congedo, la sorpresa sarà lieta se adesso ci lasciamo sorprendere dalla presenza di Dio, che ci aspetta tra i poveri e i feriti del mondo. Non abbiamo paura in questa sorpresa, andiamo avanti nelle cose che il Vangelo ci dice di andare avanti per essere giudicati giusti alla fine. E la sorpresa del Vangelo che attende di essere accarezzato non a parole, ma con i fatti.

 
 
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