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Le storie: I due ponti con mondi lontani

24/12/2013 

Lui è caporale maggiore capo. Lei caporale maggiore. Lui si chiama Romano, lei Ahlame, un’alpina. Romano Pala è figlio di un sardo e un’eritrea, ed è arrivato in Italia a 17 anni, mentre Ahlame Boufessas è nata a Tripoli da genitori marocchini ed è nel nostro Paese da quando ha un anno e mezzo. Sono due soldati dell’esercito italiano e hanno un ruolo particolare proprio a Lampedusa. Conoscono le lingue. Molte, e soprattutto conoscono le lingue dei profughi che arrivano sui tristi barconi che spiaggiano sull’isola. E così spetta a loro il compito di informare, dare consigli, consolare gli scampati di quello che sperano sia un viaggio della speranza. Romano è sposato e ha due figli, Alessio di 9 anni e Sabrina di 7. Sa bene che significa parlare a uomini e donne con figli al seguito, fuggiti da terre in pieno dramma.

Le prime informazioni utili

Spiega Romano: «In questo periodo arrivano in prevalenza dalla Siria. Sono donne sposate con mariti e figli. Molti di loro hanno, anzi, avevano, una casa, un lavoro e soldi da parte, ma fuggono dalla guerra. Anche poche parole dette nella loro lingua servono a confortarli e a non farli sentire sperduti dopo lo sbarco». Romano parla, oltre all’italiano, inglese, arabo, tigrin, amarico e farsi.

Il lavoro dei due militari consiste proprio nel dare quelle informazioni utili tra il momento dello sbarco e quello dell’ingresso nel Centro di prima accoglienza ma, soprattutto, nel far conoscere i diritti che queste persone hanno: «Molti fra noi italiani ancora non vogliono considerare che la maggioranza delle persone che fugge da questi Paesi non lo fa per fame, per povertà, ma perché ci sono situazioni di guerra dove la morte per loro è quasi certa. Per questo dovremmo saper accogliere in modo migliore queste persone. Qui arrivano nuclei familiari completi». E lo Stato maggiore dell’Esercito ha inviato a Lampedusa anche due psicologi di supporto, per favorire il primo approccio con il nostro Paese.

Mentre Romano si occupa del reparto maschile del Centro, Ahlame entra in confidenza con le donne: «Il primo contatto, quello del dialogo e della comunicazione, è molto importante per loro. Vedere le divise militari inizialmente può rappresentare un problema, ma dopo i primi momenti di sconcerto, mi accorgo che si fidano di noi e spesso ci chiedono informazioni in più rispetto a quelle burocratiche. Quello che spero è che un giorno si possano ricordare un po’ anche di noi, magari quando le cose andranno meglio. Per tutti».

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