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I fedeli italiani "bocciano" il divieto dei funerali. Bene, invece, le messe online

11/05/2020  Il giudizio sull'esperienza religiosa durante la "fase 1" della pandemia in un’indagine promossa dall’Università “Giustino Fortunato” di Benevento, in collaborazione con l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale (Pftim)

Bene le messe online, introdotte a seguito delle misure per contrastare la pandemia da Covid-19, ma disagio per non poter fare la Comunione. Queste le prime risposte dei fedeli italiani  che hanno anche criticato il divieto dei funerali. In generale, comunque, il lockdown delle celebrazioni con la presenza de popolo è stato ritenuto misura necessaria ed espressione di una giusta collaborazione tra Stato e Chiesa.

Sono questi i principali risultati emersi dall’indagine promossa dall’Università “Giustino Fortunato” di Benevento, in collaborazione con il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e con il Dipartimento di Diritto canonico della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale (Pftim) sezione San Tommaso d’Aquino, sul tema “Libertà religiosa e fede al tempo del Covid-19”.
 

   All’indagine, la prima in assoluto  realizzata in questo contesto, hanno preso parte oltre 4000  persone. L’obiettivo?  Indagare come i fedeli/cittadini stiano vivendo  i provvedimenti assunti dal Governo e condivisi dalla Chiesa  cattolica, quali reazioni  vi siano nei confronti della “nuova” esperienza di fede, vissuta durante la cosiddetta fase 1 dell’emergenza sanitaria da Covid-19.  “I quesiti che abbiamo posto – spiega il prof. Paolo Palumbo, uno dei coordinatori dell’indagine – spaziavano lungo tre filoni di indagine principale: quello della relazione tra Stato e Chiesa, quello sacramentale e quello del rischio della “viralizzazione” (così l’ha definita papa Francesco) dell’esperienza di fede con il moltiplicarsi di celebrazioni e attività religione trasmesse online. La straordinaria emergenza sanitaria che stiamo vivendo ci ha indotto a porci alcune domande fondamentali sul futuro ma partendo da una verifica dal basso del giudizio e dell’opinione dei fedeli cattolici”.

I quesiti sono stati quindici. Il totale degli intervistati (4.032) è formato per circa il 70% da donne. Lo status maggiormente rappresentato è quello di “coniugato con figli” (54,44%), immediatamente seguito da “laico non coniugato” (25,89%); più del 50% degli intervistati ha un impegno pastorale diretto, rientra nella fascia d’età 51-70 anni e oltre e ha un titolo di studio che varia tra la laurea o una specializzazione post laurea.

   Il 70% circa dei partecipanti si dichiara cattolico assiduamente praticante. “Nella maggioranza dei casi – scrivono i curatori - i provvedimenti sono stati avvertiti come espressione di una giusta collaborazione tra Stato e Chiesa cattolica (33,06%), una necessaria e opportuna misura che il Governo doveva adottare (25,83%) ovvero una giusta e condivisibile limitazione dei diritti confessionali perché ispirata a responsabilità personale e sociale (19,65%)”.

Delle conseguenze dei provvedimenti adottati dal Governo quello che meno è stato condiviso dagli intervistati si riferisce alla circostanza che i defunti non abbiano ricevuto un degno commiato con un funerale (49,34%), seguito, seppur con ampio margine di differenza, dall’intervento, in alcuni casi, della forza pubblica nei luoghi di culto (11,82%).

   “La privazione della vita di fede maggiormente sofferta dagli intervistati  - secondo il sondaggio - è stata quella di non poter ricevere la Santa Comunione (32,38%), seguita dal pensiero di non poter ricevere un degno funerale in caso di morte (29,16%) e dal non poter partecipare alla messa in parrocchia (20,02%)”.

Confusione  è stata creata, invece, in tema di accesso ai luoghi di culto per la preghiera personale: se il 37,5%  lo riteneva giustamente consentito,  ben il 33,73% lo riteneva sempre vietato, o consentito, ma solo in occasione degli spostamenti comunque permessi (cioè quelli dettati da comprovate necessità o esigenze lavorative) (il 27,23%).

Interessante anche un altro dato: durante la “fase 1” il 65,20% degli intervistati non si è mai recato in chiesa per la preghiera personale.  Ma il 48,24% del campione ha dichiarato di aver seguito le funzioni religiose in tv o sui canali social, o di aver incrementato la preghiera personale e familiare (31,7%). L’emergenza sanitaria avrebbe  “aumentato la vita spirituale” di molto (24,08%), mentre il 7,61% ha avvertito, al contrario, una diminuzione.

Sul comportamento dei sacerdoti, le risposte sono state varie: il 27,17% ha considerato positivo che il clero si sia dedicato ad animare i mezzi di comunicazione con funzioni religiose, mentre il 12,35% avrebbe preferito una maggior dedizione a opere di solidarietà e carità con donazioni, un impegno concreto a trovare soluzioni per riprendere le funzioni religiose in parrocchia con la presenza del popolo (14,70%) e una maggior vicinanza ai parrocchiani chiusi in casa ricoverati (17,08%)o ai marginalizzati e ai poveri (15,19%).

Sulle future modalità di partecipazione alle celebrazioni, il 74,21% degli intervistati si augura che tutto torni come prima; per il 19,35% s dovrebbero continuare a utilizzare anche i social per la trasmissione delle funzioni religiose.            

   “Questa esperienza – scrivono i curatori - secondo una buona percentuale di intervistati, servirà a rafforzare la fede di ognuno (34,62%) così che molti, che prima non frequentavano le comunità parrocchiali, sentiranno il bisogno di partecipare alle attività e alle funzioni comunitarie della parrocchia (25,27%) ma anche  a rafforzare l’alleanza tra Stato e Chiesa cattolica ne perseguimento di finalità di interesse sociale (12,35%)”. Un 14,71% del campione, invece, paventa il rischio che ora  i fedeli possano non sentire più il bisogno di avvicinarsi ai sacramenti o partecipare in modo comunitario alle funzioni. Solo il 2,83% teme, infine, che le misure anti-covid-19 possano portare alla perdita della fede.

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