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venerdì 07 agosto 2020
 
CALABRIA
 

I funerali di monsignor Ciliberti: alzò la voce contro la 'ndrangheta

03/04/2017  Era arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace. A partire dagli anni Ottanta si schierò pubblicamente contro le cosche. Qualcuno reagì sparando contro l'episcopio. Il suo impegno durante il sequestro del giovane Cesare Casella.

Il funerale, presieduto dall’attuale arcivescovo di Catanzaro-Squillace, monsignor Vincenzo Bertolone, è stato celebrato oggi pomeriggio. La Calabria ha pregato commossa per monsignor Antonio Ciliberti, arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace, morto sabato primo aprile. Nato a San Lorenzo del Vallo, in provincia di Cosenza, il 31 gennaio 1935, si era formato nel Seminario di Rossano e nel Seminario maggiore di Caltanisetta. Ordinato sacerdote il 12 luglio 1959, il 7 dicembre 1988 è stato nomimato eletto vescovo della diocesi di Locri-Gerace. Promosso arcivescovo nella sede di Matera-Irsina il 6 maggio 1993, il 31 gennaio 2003 è tornato nuovamente in Calabria alla guida dell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace. Aveva conseguito la licenza in Sacra Teologia alla Facoltà Teologica “San Luigi” di Posillipo-Napoli e laurea in Filosofia all’Università statale di Palermo. Nelle Commissioni episcopali della Cei ha ricoperto il ruolo di membro per l’educazione cattolica, la cultura, la scuola e l’università. Il 25 marzo 2011, per raggiunti limiti d’età, aveva presentato le dimissioni da arcivescovo di Catanzaro-Squillace. «Per tutti – ha scritto in una nota la diocesi – è stato un pastore dal cuore grande. Della gente ha saputo cogliere le gioie, le ansie, le sofferenze, fornendo risposte di speranza».

Di lui si è ricordato in questi giorni soprattutto l'impegno antimafia.  Appena giunto a Locri, infatti, ricorda oggi chi lì'ha conosciuto bene,ha dimostrato sfoderato sapienza e tenacia in una terra piagata dalla criminalità organizzata che lì ha un nome preciso: ‘ndrangheta. Ciliberti ha alzato la voce. Qualcuno ha reagito sparando contro le finestre dell’episcopio. Il vescovo finì sotto scorta. Ma non si lasciò intimidire. Chiese ai parroci di leggere nella Messa domenicale una lettera in cui si invitano i fedeli a non acquistare merce nei negozi gestiti dai mafiosi. E giocò un ruolo importante nel lungo sequestro del giovane Cesare Casella. Era il 1988. Ciliberti accolse Angela Casella, la “mamma coraggio”, e con lei si mise alla testa al corteo per chiedere la liberazione del ragazzo, che avvenne il 3 giugno 1990. Fu l’inizio del formarsi di una nuova coscienza collettiva. Per la Pasqua del 1993 monsingor Ciliberti scrisse la lettera pastorale “Vieni e seguimi” in cui offrì chiare e precise indicazioni per una “pastorale della corresponsabilità”: “la Chiesa – puntualizzò - è una comunità in cui ogni membro ha un ruolo insostituibile: ciò che dovrò fare io non potrà mai essere fatto da altri; ciò che dovrai fare tu non potrà mai essere fatto da me”. Le ‘ndrangheta non mancò di fargli sapere cosa pensava di quel documento: le minacce si fecero più pressanti.

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