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giovedì 27 gennaio 2022
 
Chiesa
 

«I laici? Siano testimoni simpatici e gioiosi del Vangelo»

28/05/2015  Intervista a mons. Vito Angiuli, vescovo della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, nuovo presidente della Commissione della Cei sul laicato: «La missione dei laici non consiste nell’organizzare eventi, ma nel testimoniare la propria fede in Cristo nella vita ordinaria con uno stile semplice e gioioso»

Vito Angiuli è vescovo della diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca, nel Salento, dal dicembre 2010. Ha 62 anni e ha preso posizioni coraggiose contro le trivellazioni alla ricerca di petrolio nel mare Adriatico. Sull'affaire Xylella ha organizzato nella scorsa Quaresima una Via Crucis per sostenere i contadini colpiti e denunciare il “fango degli interessi” che deturpano le terre di Puglia. Ha intitolato il documento pastorale che delinea il percorso della sua diocesi per i prossimi anni “Educare a una forma di vita meravigliosa”. È una frase tratta dalla Lettera a Diogneto che delinea, scrive Angiuli, una spiritualità «non di tipo monastico, ma di ispirazione “laica”: una proposta che invita a stare dentro i processi mondani, facendosi carico della loro imperfezione per sanare le ferite sociali con un'irreprensibile condotta di vita».
È il compito che è chiamato a svolgere ora che è stato nominato presidente della Commissione della Cei sul laicato. Un incarico delicato dopo la “scossa” di papa Francesco che aprendo i lavori dell'assemblea dei vescovi ha detto che i laici non «devono aver bisogno del vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale» per svolgere la propria missione nella Chiesa.

Eccellenza, quale sarà l’impegno della sua Commissione per rafforzare il ruolo e le responsabilità dei laici nella vita della Chiesa?
«La programmazione dell’attività della Commissione nei prossimi anni sarà stilata sulla base di un dialogo con gli altri Vescovi che fanno parte della Commissione e dopo aver ascoltato la Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali. Per parte mia, ritengo che l’impegno della Commissione sarà orientato a rafforzare il ruolo e la responsabilità dei laici soprattutto in riferimento alla missione della Chiesa nel mondo. In sintonia con l’insistenza di Papa Francesco ad “uscire”, sono convinto che la Commissione episcopale sottolineerà la necessità di una missione dei laici a tutto campo. Un tale compito, poi, dovrà incrociarsi con le programmazioni delle altre Commissione episcopali in vista di un comune indirizzo pastorale. Non si può camminare da soli o in ordine sparso. Il soggetto è l’intera Chiesa italiana, non la singola Commissione. Per questo è necessario agire con uno stile sinodale. In questa prospettiva, la Commissione avrà anche il compito di promuovere una maggiore convergenza tra le diverse forme ed espressioni del laicato organizzato: associazioni, movimenti, gruppi ecclesiali. Inoltre, dovrà tenere conto del fatto che vi sono molti laici che non fanno parte di nessuna realtà organizzata. In Evangelii gaudium Papa Francesco scrive: “I laici sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio” (EG 102). Questi christifideles sono un tesoro prezioso per la Chiesa, soprattutto se si considera che la missione non consiste nell’organizzare “eventi”, ma nel testimoniare la propria fede in Cristo nella vita ordinaria con un stile semplice e gioioso».

Papa Francesco apre i lavori dell'assemblea della Cei
Papa Francesco apre i lavori dell'assemblea della Cei

Il Papa ha detto che i laici «non dovrebbero aver bisogno del vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo». Cosa significa?
«Bisogna riconoscere che papa Francesco è un grande comunicatore. L’immagine del “vescovo-pilota” è fortemente evocativa e richiama in modo accattivante la dottrina conciliare: il vescovo è un padre e un pastore non il comandante in capo di un aereo o l’amministratore unico di un’azienda; i laici esplicano la loro responsabilità in forza del Battesimo e della Confermazione che hanno ricevuto e non per una “concessione” calata dall’alto. Naturalmente tutti, vescovi e laici, devono acquisire quella “sensibilità ecclesiale” più volte richiamata dal Papa nel suo discorso. Essi devono agire mossi dal “sentire cum Ecclesia”».

Può fare un esempio concreto di “vescovo-pilota”?
«“Vescovo-pilota” può voler dire un ministro ordinato a cui fa difetto la sensibilità ecclesiale. Ed è proprio su questo tema che vorrei soffermarmi. Qualche anno fa, ho letto con interesse il libro di Alejandro Llano, La nuova sensibilità. Il positivo della società moderna. Nel suo saggio, l’autore sostiene che, nel passaggio dalla modernità alla postmodernità, occorre considerare il cambiamento di “sensibilità” e guardare con più ottimismo le trasformazioni non avendo paura della “società  complessa”. La “nuova sensibilità”, a suo giudizio, consiste nella capacità di cogliere il senso unitario di costellazioni culturali contemporanee. Alle sfide poste dalla “competenza tecnica” occorre rispondere con una rigorosa “competenza culturale”. Un uguale interesse ha suscitato in me la lettura del libro di Annalisa Caputo, Heidegger e le tonalità emotive fondamentali (1929-1946). Il libro rappresenta la continuazione di una riflessione avviata con il precedente saggio, Pensiero e affettività: Heidegger e le 'Stimmungen' (1889-1928). L’autrice ricostruisce la "svolta" heideggeriana a partire dal tema delle tonalità emotive fondamentali (perplessità, incanto, noia, entusiasmo…). Parlando di “sensibilità ecclesiale”, credo che papa Francesco voglia sollecitare la Chiesa a tenere conto che il dialogo e il confronto con il mondo moderno si gioca non solo sul piano teorico-pratico, ma anche su un “rapporto empatico e simpatico” con gli uomini del nostro tempo. Questa capacità emotiva non si risolve sul piano emozionale, ma sul reciproco ascolto. Avere “sensibilità ecclesiale” vuol dire mettersi in sintonia con la Chiesa per un proficuo dialogo con il mondo. Mi sembra che la parole del Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, in una recente intervista colgano nel segno: “Dobbiamo farci prossimi di ogni persona. Dobbiamo essere degli accumulatori dell’Amore di Dio”. Ogni cristiano dovrebbe possedere questa tonalità emotiva fondamentale per vivere la sua missione nel mondo. A maggior ragione, essa non dovrebbe mancare ai vescovi, in quanto pastori del popolo di Dio».

Dopo la fine della Democrazia cristiana gli ultimi anni sono stati contrassegnati da una certa “supplenza” da parte delle gerarchie nei campi indicati dal Papa?
«La sua domanda contiene una parte di verità. Non vi è dubbio che questi anni siano stati caratterizzati da una certa “supplenza” del clero rispetto ai laici. Il fenomeno dovrebbe essere adeguatamente studiato. A mio parere, un elemento non secondario (anche se non l’unico) consiste nel fatto che le nuove questioni poste dalla cultura contemporanea esigono una solida preparazione culturale e una robusta maturità di fede. Non è facile per nessuno affrontare quelle sfide culturali che il Papa ha definito “colonizzazioni ideologiche” che tolgono l’identità e la dignità umana. Non è nemmeno una cosa semplice contrastare i modelli alternativi proposti dalla cultura contemporanea e pubblicizzati con grande enfasi dagli strumenti della comunicazione di massa. La risposta non può essere affidata solo al singolo. Su alcune questioni fondamentali occorre creare un movimento di pensiero e di azione il più ampio e più convergente possibile. In altri termini, le questioni che riguardano tutti, dovrebbe essere prese in carico da tutti e non lasciate a qualche intervento individuale e isolato di un ministro ordinato o di un laico».

L’appannamento del ruolo del laicato è dovuto anche al fatto che negli ultimi decenni la Chiesa ha faticato a formare nuove generazioni di persone che si impegnassero nella società portando le istanze della Dottrina sociale?
«Il tema di una formazione adeguata ad affrontare le sfide del mondo contemporaneo riguarda tutti i membri della Chiesa. Per questo la Chiesa italiana sta riflettendo anche sull’iter formativo dei presbiteri. La ri-forma della Chiesa esige che tutti i credenti in Cristo assumano una “nuova forma”. Per quanto riguarda i laici, a me sembra che si dovrebbero tenere presenti quattro aspetti della formazione cristiana: una solida formazione spirituale, un’accurata preparazione culturale, un’apertura alle questioni sociali e una specifica disponibilità a farsi carico dell’impegno politico».

Secondo lei, anche i laici hanno peccato di eccessiva “clericalizzazione” , rafforzando il modello del “vescovo-pilota” denunciato dal Papa, andando magari a chiedere benedizioni o coperture ecclesiastiche, anche dietro le quinte, ai loro progetti e iniziative?
«Il rischio del clericalismo è sempre in agguato. In Evangelii gaudium Papa Francesco scrive: “La presa di coscienza di questa responsabilità laicale che nasce dal Battesimo e dalla Confermazione non si manifesta nello stesso modo da tutte le parti. In alcuni casi perché (i laici) non si sono formati per assumere responsabilità importanti, in altri casi per non aver trovato spazio nelle loro Chiese particolari per poter esprimersi ed agire, a causa di un eccessivo clericalismo che li mantiene al margine delle decisioni” (EG 102). Occorre che i chierici e i laici abbiano chiaro il senso e il valore della propria identità e della conseguente specifica responsabilità che essa comporta nella vita della Chiesa e nella missione nel mondo».

All’assemblea della Cei si è parlato del Sinodo sulla famiglia con la consegna della sintesi delle risposte delle diocesi italiane. Cosa è emerso?
«Occorre innanzitutto rilevare che vi è stata una grande partecipazione delle comunità cristiane. Il Questionario ha rappresentato una nuova occasione di ascolto, di confronto fraterno custodendo lo sguardo sul Vangelo della Famiglia. In molte Chiese locali sono stati coinvolti i consigli pastorali diocesani, gli uffici di curia, le consulte delle aggregazioni laicali, i gruppi famiglia, gli animatori dei percorsi per i fidanzati e le giovani coppie. In questo “discernimento comunitario” sono state molte le sottolineature in ambito teologico e pastorale. Richiamo le più significative: la famiglia come “piccola Chiesa domestica”, il raccordo tra sacramento dell’ordine e sacramento del matrimonio, l’adozione di una famiglia da parte di un’altra famiglia, l’attenzione alle situazioni di fragilità in ambito familiare, il confronto con le nuove “colonizzazioni ideologiche”. Il risalto dato dalla Chiesa italiana a queste questioni mi sembra un buon viatico per la riflessione che si realizzerà nel prossimo Sinodo».

 
 
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