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I lavoratori vorrebbero...

06/07/2011  Una ricerca di Astra Ricerche indica i bisogni più urgenti di chi lavora: orario flessibile, mensa aziendale, buoni pasto, telelavoro.

Cibo pagato per sé, orario flessibile e possibilità di lavorare da casa per i figli: sono questi i tre servizi di welfare aziendale di cui dichiara di aver più bisogno oltre il 50% dei lavoratori italiani. Il dato emerge da un'indagine condotta da AstraRicerche, per conto di Edenred, che ha raccolto il parere di 883 dipendenti di aziende con almeno 16 dipendenti di settori pubblici e privati, a eccezione del settore primario. Un campione privilegiato, per la verità, rispetto alle piccole imprese di cui si nutre l'Italia, e al precariato imperante, ma che fornisce comunque uno spaccato significativo dei desideri del Belpaese all'opera e soprattutto dello scontro quotidiano tra ciò che ognuno vorrebbe possedere e ciò che invece possiede nella cruda realtà.

Tra i venti servizi testati, ecco qualche numero: al primo posto tra i bisogni ci sono i buoni pasto (55,8%), seguiti dall'orario flessibile (54%) magari un'ora in ingresso e in uscita, dalla mensa aziendale (53,1%) e dal telelavoro (52,4%). «Ci sono poi quei servizi che semplificano la vita - riferisce Enrico Finzi, sociologo e presidente di AstraRicerche -  già complicata abbastanza a detta dei più. Ad esempio, il cosiddetto 'maggiordomo aziendale', quella figura tuttofare che nelle piccole realtà è sempre esistita, la persona che sbriga le commissioni, va all'ufficio postale o che sa come riparare un tubo che perde». Factotum desiderato dal 48% degli intervistati. Non mancano i servizi alla mobilità, l'assistenza medica, i corsi e i servizi culturali. E l'asilo nido aziendale (47%) o l'assistenza per anziani e bambini disabili attraverso una rete di servizi convenzionati (45,4 %): «un lavoratore su 10 - spiega Finzi- ha in carico un anziano non autosufficiente».

Tutte richieste, quindi, che coincidono, per circa 9 lavoratori su 10, con bisogni legati alla persona e al nucleo familiare. Esigenze che si moltiplicano se entra in gioco la separazione o il divorzio: la richiesta di telelavoro passa al 60%, quella dell'asilo aziendale sale al 51%, e al 51% si posizionano anche il "maggiordomo aziendale" per lo svolgimento delle pratiche e la lavanderia con ritiro e consegna della biancheria sul luogo di lavoro.

Ma perché la domanda è così alta? «I lavoratori italiani sono pagati poco - aggiunge Finzi- costano molto alle aziende ma percepiscono una busta paga ridotta, tra le peggiori d'Europa.  E le donne sono doppiamente svantaggiate perché, a parità di mansioni, sono pagate meno dei colleghi uomini. C'è poi un problema di welfare pubblico che in passato è stato buono, soprattutto al Centro- Nord, ma che oggi è molto fragile. Le risorse sono sempre meno, soprattutto quelle a disposizione degli enti locali. Inoltre, sono cresciuti a dismisura i bisogni delle persone, la gente non si accontenta più. Ed è forte anche l'indebolimento della famiglia che si è ristretta: da un lato si fanno meno figli, dall'altro i nonni si sentono più giovani, sono un po' più egoisti e pensano a loro stessi. L'emigrazione interna, infine, aumenta il numero di coppie che non hanno aiuti a disposizione». Al grande ingorgo di domanda rispondono le aziende, ma con un quadro a tinte fosche: dei 20 servizi passati in rassegna il 35% dei lavoratori dice di non averne alcuno a disposizione, percentuale che sale al 45% per le donne. I servizi più offerti sono i buoni pasto e la mensa aziendale (poco oltre il 25%), si trovano però sotto l'8% i servizi legati alla mobilità, il maggiordomo aziendale, le convenzioni per i servizi e l'assistenza alla persona, i servizi di tipo culturale. L'asilo aziendale, in calce, è realtà solo per il 4% dei lavoratori intervistati.  E anche quando il servizio c'è solo il 29% dei lavoratori si ritiene soddisfatto, mentre il 49% dice che il programma offerto gli appare inadeguato. Eppure, sostengono gli esperti a gran voce, investire in welfare conviene, proprio alle aziende: «Migliora il clima, l'immagine, la produttività e attrae talenti - conclude Finzi-, e i lavoratori ne sono ben consapevoli. Tuttavia è difficile far ciò in Italia, ci sono molte resistenze culturali: è la realtà stessa che si oppone e resiste all'innovazione».

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